Intervento di Roberto Balzani,
storico, docente di Storia all’Università di Bologna:
“Rimozioni e memoria collettiva”
Prima di tutto, vorrei dire che mi sembra che quest’iniziativa sia particolarmente importante anche per uno storico di professione come sono io, perché in un certo senso riperiodizza questo periodo e, prendendo come punti di riferimento il ‘43 e il ’48, tende ad eliminare quello che nella vulgata storiografica - ma diciamo pure anche nel senso comune - è considerato lo spartiacque del ‘45, il 25 aprile ‘45, dimostrando come nei nostri territori in particolare, questo spartiacque ha avuto poi un significato diciamo non così periodizzante come si potesse immaginare.
E qui vorrei dividere il mio breve intervento in due parti. La prima parte riguarda quella che possiamo chiamare la rimozione storiografica e gli elementi che l’hanno generata, e l’altra parte invece l’uso della memoria che in qualche modo si appoggiava su questa rimozione storiografica.
E non c’è dubbio che, come diceva anche Arrigo Petacco, degli eccidi e degli omicidi che sono stati consumati dopo il 25 aprile del 1945, si sia parlato pochissimo e che gli storici professionisti si siano occupati piuttosto di quella che potremmo chiamare la manutenzione della vulgata resistenziale. Questo è un dato quantitativamente abbastanza ben testimoniabile; basta prendere le bibliografie per rendersene conto.
Però, come si è creata questa vulgata? Allora, se noi prendiamo le dichiarazioni del Ministro Scelba, ministro dell’Interno nel 1952, relative ai morti dopo il 25 aprile, Scelba dice: “in Italia sono morte 1750 persone”, cioè un dato ridicolo. Ed è il ministro dell’Interno del governo De Gasperi, democristiano! Non certamente sospettabile, diciamo, di collusioni con la vulgata marxista. Ecco, se il ministtro dell’Interno tende, nel 1952, a ridimensionare in maniera assolutamente evidente questo dato, perché? c’è da chiedersi. Per quale motivo lo fa? Allora, i dati sui morti dopo il 25 aprile hanno cominciato a essere significativamente ricercati da non moltissimo tempo. I dati che faceva la destra neo-fascista erano enormemente gonfiati; si parlava di 300.000 morti (era chiaramente insostenibile). Già gli studi di Pisanò, che tutto sommato, aveva alcuni elementi di riflessione, anche di ricerca più significativi, avevano ridotto questo dato a 45.000-50.000 persone, bisogna dire onestamente che l’unico uomo politico, antifascista, che nel 1948 da una cifra che oggi viene ritenuta abbastanza vicina al vero è Ferruccio Parri, che nel 1948 dice “i morti dopo il 25 aprile sono stati 15.000”. E, oggi, i vari storici che se ne sono occupati (Oliva, Bocca, Franzinelli, Pansa) variano da un minimo di 12-13.000 a un massimo di 20.000. Quindi, intorno alle 15-20.000 persone è considerata la cifra, per il momento, delle persone uccise, considerate “fasciste”, ma sappiano che lì dentro c’è andato di tutto, uccise dopo il 25 aprile del 1945.
Come e perché sono state uccise queste persone? C’è stata una regia che ha deciso questi omicidi su scala nazionale? Su questo bisogna dire che le riflessioni e le ricerche sono tuttora difficili da fare ma anche molto arretrate, come si diceva. Teniamo conto che la versione fascista, in primo luogo (Almirante sosteneva che tra queste 20.000 persone ci sono stati soprattutto quelli che lui chiamava i “pesci piccoli" del fascismo e comunque di un’opinione pubblica non comunista), che sono finiti in maniera assolutamente casuale dentro la rete periferica di alcuni contesti. Nei momenti in cui tornavano a casa, queste persone pensavano che fosse finita in qualche modo la persecuzione e invece cadono dentro, mentre, dice Almirante, i gerarchi e buona parte del ceto dirigente fascista si salva; tanto è vero che poi, dopo l’Amnistia Togliatti, del 22 giugno 1946, non dimentichiamo, che i 2/3 del gruppo parlamentare del Movimento Sociale è formato da amnistiati da Togliatti. Quindi, in qualche modo, una matttanza che si consuma in periferia a danno di persone minime, persone normali per la maggior parte, non persone profondamente colluse col regime ma una serie di vendette che hanno come punto di riferimento i contesti locali. Contesti locali nei quali si uccidevano i fascisti, anche da parte dei tribunali speciali. Perché noi non dobbiamo dimenticare che in Italia funzionano delle Assise straordinarie dopo il 25 aprile, non controllate dai partigiani ma dallo Stato, che condannano a morte 469 persone e fucilano 91 persone. Di queste 91, 6 a Reggio Emilia, 4 a Parma, a Novara il massimo: 8 fucilati su 16 condannati. Quindi, dobbiamo tener conto che nel ‘45 c’è anche quella che potremmo chiamare una giustizia, una vendetta di Stato, che viene fatta da chi ha vinto, ovviamente, che è legittimata ma che procede a fianco di quella che è invece la giustizia sommaria rivoluzionaria, e quindi, potremmo dire, un contesto di sangue in cui lo Stato (ed è uno Stato in quel momento retto dai partiti antifascisti, quindi non solo dal partito comunista, ma c’è dentro la democrazia cristiana, c’è dentro il partito liberale, c’è dentro il partito d’azione, oltre ai socialisti e ai comunisti), naturalmente, non esita a mettere le mani. Questa è una cosa che non dobbiamo mai dimenticare.
E poi non dobbiamo dimenticare che in Italia in quel momento (‘45) ci sono 57 campi di concentramento in cui sono finiti all’incirca 55.000 persone. Campi di concentramento che sono controllati, dal CLN direttamente 20, 27 dagli anglo-americani (con condizioni dei prigionieri paurose), 4 dall’amministrazione italiana e 6 da amministrazioni congiunte, oltre a campi di concentramento che sono istituiti all’estero. Quindi, dobbiamo pensare che la legalità nella fase di impianto dello Stato, dopo il ‘45, non è “leggera”, è una fase di impianto della legalità pesante. Dentro questo quadro si collocano quelle che io direi vicende esemplari. Perchè? mi sono chiesto, quando ho sentito questi numeri. Perché tanti sacerdoti? Perché i sacerdoti stanno nelle comunità, e siccome questi sono omicidi territoriali che avvengono dentro contesti locali fortemente caratterizzati (dentro parrocchie, dentro frazioni), luoghi in cui ci sono individui che interagiscono con queste brigate partigiane che si sono trasformate in comitati rivoluzionari, a un certo momento, in alcuni casi. E in questi luoghi poi si innescano questi processi tragicamente violenti che costellano tutto il nostro centro nord, in particolare, diciamolo pure, il nord, più che il centro, tendenzialmente. Allora, per studiarli, come si fa? Per studiarli bisogna ovviamente recuperare la memoria orale. Un esempio straordinario, per lucidità e anche per capacità di analisi, quello che abbiamo sentito proprio adesso da don Camellini. Abbiamo bisogno dei diari dei sacerdoti, abbiamo bisogno delle fonti archivistiche, degli archivi vescovili anche, che spesso non sono disponibili. Abbiamo bisogno dei dati dell’archivio centrale dello Stato sulla pubblica sicurezza (questi sono disponibili). Abbiamo bisogno di ricostruire i meccanismi del potere periferico attraverso i dati delle prefetture perché.
Badate bene, capire come mai questa guerra civile continua e perché in certi luoghi, non è semplice. Perché c’è un potere alleato militare che lascia fare, sicuramente, perché stiamo parlando di un’epoca in cui c’è l’occupazione militare alleata in tutto il centro nord, in cui ci sono i Town Major nelle città, in cui c’è la polizia militare. Quindi, capire come mai si producono questi effetti è molto più complesso di quanto lascia supporre la semplice condanna ideologica di questo evento, che comunque va fatta, e io sono d’accordissimo che lo sia . Cioè, esiste una verità che va ricercata nella ricostruzione minuziosa di questi contesti.
Questo, perché non è stato fatto dopo la seconda guerra mondiale? E qui arrivo rapidamente al secondo elemento della mia riflessione. Indubbiamente perché la memoria di quel periodo è stata piegata a delle esigenze di stabilizzazione ideologica del regime repubblicano, così come era nato dopo il 1945. E a questa vulgata, che vedeva il 25 aprile come una specie di chiusura di un evento a cui erano seguiti solo dei casi periferici, ma niente di importante, incidenti di percorso, ecco, a questa vulgata facevano riferimento, diciamolo pure, anche movimenti che non erano stati protagonisti degli eventi rivoluzionari dopo il 25 aprile del ’45.
E’ una lettura alla quale, per esempio, fondamentalmente si adegua anche la Democrazia Cristiana nel nostro paese. Perché? Perche vedete, io credo che la memoria culturale, che significa un insieme di pezzi di passato che vengono scelti deliberatamente, indipendentemente dalla verità storica, per creare un insieme di valori che devono essere il fondamento della società che si va a costruire, questa memoria culturale funziona solo se ha come prospettiva un futuro che il paese può avere, e non una memoria in qualche…. , espungendo tutte le memorie di parte possibili e immaginabili. E allora si è immaginato che, in quel momento la resistenza, raccontata come l’abbiamo sentita raccontare, potesse costituire uno dei punti di riferimento di questa memoria culturale, per tutti i pezzi della società italiana; e chi li aveva vissuti in maniera diversa, in qualche modo ha sacrificato o ha fatto finta, o ha taciuto spesso, i pezzi della sua memoria in nome di questa stabilizzazione, che poi ha creato la repubblica, fondamentalmente.
E così, noi non abbiamo sentito parlare se non per pochi cenni del fatto che è esistita anche una resistenza alla francese, con sottomarini alleati, radio, attentati (che non erano attentati fisici ma atti di sabotaggio), come al tempo dei Maquis. E’ esistita anche in Italia una resistenza fatta così! Ma perché è stata raccontata soprattutto la resistenza identitaria che passava attraverso i commissari politici? Perché, chiaramente, questa dava l’idea di un fatto che ci fosse un Italia che si doveva emancipare dal fascismo e fosse già libera. Ecco, io credo che la capacità che ha avuto questa memoria in qualche modo di mettere da canto tutte le altre, sia stata non soltanto il frutto della macchina ideologica del partito comunista ma sia stata anche il frutto di una scelta deliberata dei partiti della Costituente, una scelta deliberata dei movimenti che abbiano dato origine alla Repubblica, anche se poi politicamente lo scontro è avvenuto.
Però questo è potuto succedere perché, parliamoci chiaro, i ministri della Pubblica Istruzione sono stati tutti democristiani per decine d’anni: c’era Gonella a fare il ministro della Pubblica Istruzione in quegli anni. Non è che non si potesse, se non si fosse voluto, scrivere dei libri, fare delle ricerche. E’ perché non si è voluto! Non si è voluto anche da questa parte, per questi motivi, secondo me. Allora, credo sia giusta l’operazione che viene fatta oggi, che è quella di recuperare, in nome della libertà, tutte le memorie sottratte e accantonate per questo processo finalizzato alla costruzione della memoria democratico-costituzionale, dopo il 1948. E’ giusta non solo perché ripristina degli eventui storici dimenticati, ma è giusta anche perché da il senso di una fase della nostra vita civile che poi, alla fine, si è conclusa e che quindi consente in qualche modo anche di dibattere sul modo con il quale si governa la memoria collettiva degli italiani.
Grazie.