ATLANTISMO, QUESTIONE ISLAMICA E DEMOCRAZIA

Relazione di Cesare De Carlo, giornalista e socio onorario di Impegno Civico

Lunedì 3 ottobre 2005, Gran Hotel Baglioni

 

Le sfide degli Stati Uniti d’America sono anche le nostre sfide e investono i nostri valori: i valori emersi alla metà degli anni Quaranta dalle rovine della guerra e che da allora governano la nostra convivenza civile, i valori, arrivati al seguito delle armate americane liberatrici, i valori, infine, restaurati in un’Europa che aveva visto nascere e stabilirsi i più mostruosi totalitarismi dell’epoca moderna, il nazionalsocialismo in Germania, il marx-leninismo in Russia e, nel nostro piccolo, il fascismo in Italia, che – va ricordato – al nazismo fece da battistrada. Come vedete, non è vero che arriviamo sempre al rimorchio della storia.

 

Parlerò dunque di fatti americani, se non altro perché in quella grande nazione abito e lavoro da vent’anni come sanno coloro che hanno la bontà di leggermi, parlerò di fatti recenti e meno recenti, cercando di capire insieme con voi perché essi in gran parte della vecchia Europa vengano sistematicamente considerati, interpretati, inquadrati in una luce critica, se non addirittura odiosa.

Voglio partire questa sera da due fatti: gli uragani e il terrorismo.

Che cosa hanno in comune gli uragani, che hanno flagellato la Louisiana, e il terrorismo contro il quale gli americani, anche nel nostro interesse, hanno condotto due guerre?

Assolutamente nulla. Uragani e terrorismo non hanno nulla in comune. I primi, gli uragani, sono eventi naturali, prevedibili nelle date e nel percorso, disgrazie alle quali si può scampare solo che si abbia l’avvertenza di evacuare in tempo le zone a rischio o di trovare rifugio in costruzioni sicure.

Gli atti di terrorismo sono invece innaturali, nel senso che sono provocati dall’uomo. Sono imprevedibili nel loro accadimento, perché il terrore deve cogliere di sorpresa. E di conseguenza non ci si può salvare se si ha la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato, al momento sbagliato, con la compagnia sbagliata.

 

Bene. Anzi male. E allora, mi chiederete, se uragani e attentati islamici non hanno nulla in comune, perché questa sera ce ne parli?

La risposta l’avete già, solo che vogliate ricordare quanto negli ultimi anni avete letto e ascoltato. Letto e ascoltato nei giornali o da analisi, resoconti televisivi, dibattiti. Vi sarete accorti – suppongo – che dietro la commiserazione in molti casi si celavano sentimenti ambigui. Partecipazione, certo, e condanna, accompagnate però talvolta, da una malcelata schadenfreude, come dicono i tedeschi, cioè a dire da gioia maligna.

Così, quando, quattro anni fa, gli americani subirono il più devastante attacco sul proprio territorio, più grave persino di Pearl Harbor, lessi e ascoltai commenti di questo tipo: la furia islamica è certamente da condannare, ma gli Usa se la sono attirata addosso per la loro politica estera, per il loro sostegno a Israele, per la loro presenza militare in Arabia Saudita, culla della religione islamica. Che è come dire: se la sono cercata.

E ora, di fronte alle devastazioni e alle inondazioni provocate da Katrina a New Orleans, ho letto e ascoltato commenti di questo tipo: certo dispiace per le vittime e le devastazioni, ma gli Usa non hanno ratificato il protocollo di Kyoto e la natura si è vendicata. Dunque, ancora una volta, se la sono cercata.

E la colpa è ovviamente dell’attuale presidente George W. Bush. Bush avrebbe snobbato, frustrato, boicottato le ansie ecologiche del mondo. Non le ha invece boicottate il socialista Schroeder, eppure come sapete il Danubio non ha risparmiato la Baviera un paio di mesi fa.

 

In realtà, pur concedendo la necessità, anzi l’urgenza di ridurre le emissioni, una cosa è chiara: se i termini di quell’accordo non verranno imposti anche Cina e India (insieme 2,5 miliardi di persone), i suoi effetti benefici saranno trascurabili.

Ma questo la nostra sinistra non lo capirà mai. E se lo capisce si lascia trascinare da quell’anti-americanismo, con cui cerca di sostituire il crollo di tutte le sue certezze ideologiche.

 

La sinistra è ancora alla ricerca disperata di una nuova identità per non dover ammettere di essere rimasta per mezzo secolo dalla parte sbagliata della storia. Non ha ancora digerito il fatto che l’America abbia vinto la guerra fredda, che abbia affossato il modello alternativo, che abbia fatto di essa un’orfana ideologica. E allora rivendica la sua alienazione da una way of life che noi europei abbiamo importato dall’America, demonizza il cosiddetto capitalismo ‘’selvaggio’’, ti ricorda la presunta crudeltà di un sistema che lascia indietro i più deboli e non fornisce assistenza sanitaria a tutti, continua a chiamare imperialistica e aggressiva la politica estera americana, come si usava ai bei tempi dell’Unione Sovietica.

Ragion per cui l’Europa – questa la presunzione – farebbe bene a prendere le distanze, anzi a contrapporsi. Gli interessi dell’America non sarebbero i nostri. Le sue guerre non sarebbero le nostre. Il suo rigore non il nostro.

Noi europei saremmo meno manichei, meno propensi a rispondere alla violenza con la forza, meno sordi alle ragioni degli altri. Perché anche i terroristi ne hanno, perbacco. E se ne hanno, allora è molto meglio l’approccio europeo che è quello del dialogo, del negoziato, dell’intesa.

Dice l’Europa: non c’è bisogno di mobilitare l’esercito. Basta la diplomazia. E poi tutto, ma proprio tutto, deve essere subordinato al mantenimento della pace.

Già, la pace. In questo continuo richiamo alla pace mi accorgo che dal primo dopoguerra ad oggi l’atteggiamento mentale della sinistra non è cambiato.

 

L’altra sera ho rivisto in televisione Don Camillo e l’onorevole Peppone. Ebbene gli slogan di Peppone e della prosperosa compagna spedita dal partito a Brescello erano gli stessi che animano oggi pacifisti, no-global, neo e postcomunisti, ecoradicali eccetera. Insomma il popolo dell’arcobaleno. Con la sola differenza che allora, ai tempi di Don Camillo e Peppone, sventolavano la colomba di Picasso. Oggi hanno la bandiera dell’iride, una bandiera – forse lo sapete già – che in America non è simbolo di pace ma di amore omosessuale.

Reverendo – diceva Peppone a Don Camillo – noi stiamo con l’Unione  Sovietica, noi siamo per la pace.

La pace era intesa come valore assoluto. Un valore rispetto al quale cedeva quello primario della libertà, col quale la prassi comunista era totalmente incompatibile. Perché – come sapete – ci può essere libertà senza pace, ma mai pace senza libertà.

Nella propaganda di allora, come di ora, il concetto di pace serviva a narcotizzare, neutralizzare, ingannare ogni tensione liberatoria. Serviva a consolidare il sistema liberticida. E dunque non aveva alcuna importanza se la pace fosse o non fosse accompagnata dalla libertà di espressione, dal pluralismo politico, economico, sociale, dalla tutela dei diritti civili.

Anzi aveva importanza l’esatto contrario.

Antitetici erano gli scopi della propaganda pacifista: scongiurare e non favorire il rispetto di quei principi.

Il che bastava a rovesciare il significato stesso del concetto di pace, bastava a dargli una connotazione negativa perché la pace in quelle condizioni era la mortificazione e non l’aspirazione di tutti coloro che per la pace non erano però disposti a vivere in schiavitù.

 

Pensate al tipo di pace imposta dall’Urss sull’Europa orientale per quasi mezzo secolo e pensate al vassallaggio cui i Paesi fratelli erano stati costretti. O pensate alla pace ricattatoria imposta a Paesi, che non facevano parte del blocco sovietico ma non erano abbastanza forti da resistere ai condizionamenti della superpotenza rossa. Mi riferisco alla Finlandia. Il termine finlandizzazione indicava una politica estera timida, tremebonda, di fatto succube dell’Urss di cui si volevano evitare sgradite reazioni.

Questa era la pace della resa, della rassegnazione, della sudditanza. Era la pace dei cimiteri. E infatti non a caso lo slogan del socialismo massimalista, nella Germania occidentale, era ‘’lieber rot als tot’’. Meglio rossi che morti.

Ebbene, talvolta ho l’impressione che qualcuno intenda aggiornarlo in ‘’meglio islamici che morti’’, soprattutto se guardo a certi ambienti estremi o ai buonisti a oltranza. Voglio dire che la paura di reagire alla sfida epocale del fondamentalismo islamico, la riluttanza a fare la voce grossa nella consapevolezza forse che dalle parole non passeremo mai ai fatti, o semplicemente l’ignoranza, la codardia, il calcolo elettorale sono talmente forti da vanificare ogni volontà di difesa e rifiutare a priori il ricorso alla forza, nel timore di guai maggiori.

In questa Europa snervata, arrendevole, accomodante, prevale una convinzione opposta: contro gli Stati che predicano, auspicano, finanziano, sponsorizzano il sovvertimento della nostra società, la vogliono schiavizzare o addirittura distruggere scatenando contro di noi il terrore del fanatismo religioso, basta la diplomazia. Il che può essere vero solo se la diplomazia è armata, cioè si appoggia sulla minaccia dell’uso della forza. Se è disarmata come è il caso di questa Europa che non è riuscita nemmeno a risolvere i conflitti nei Balcani (senza gli americani a quest’ora in Bosnia e Kosovo continuerebbero a massacrarsi), se dunque la diplomazia è disarmata i risultati sono molto più magri, se non addirittura assenti.

Prendiamo i casi dell’Afganistan e dell’Iraq. In entrambi i casi, prima di attaccare, il presidente americano George Bush tentò l’approccio diplomatico. Ai talebani di Kabul intimò la consegna di Osama Bin Laden, l’autore del doppio terribile attentato dell’11 settembre. Diede loro quattro settimane di tempo e quando questi non cedettero non cercò altre mediazioni, altri contatti, altri compromessi. Il tempo del negoziato è finito, disse. E ordinò al Pentagono di passare all’azione.

Nel caso dell’Iraq, diede sei mesi al dittatore iracheno per dimostrare che nei suoi depositi non c’erano armi chimiche e batteriologiche e che non ospitava campi di addestramento di Al Qaeda. Cercò di ottenere il consenso dell’Onu, inseguendo risoluzione dopo risoluzione. E solo dopo che Saddam Hussein cacciò gli ispettori e rifiutò ogni collaborazione, si convinse che con l’Onu e col negoziato ad oltranza non avrebbe cavato un ragno dal buco. E lanciò l’invasione.

Ne va della nostra sicurezza – spiegò agli americani – dobbiamo combattere i nemici in casa loro e non attendere che ci attacchino di nuovo in casa nostra. Se le armi di distruzione di massa ci sono e cadessero nelle mani dei terroristi, avremmo un undici settembre moltiplicato per cento.

Quelle armi non c’erano. Ma questo Bush lo apprese dopo l’invasione, mentre tutti i servizi segreti del mondo, compresi quelli francesi, erano convinti che ci fossero. In ogni caso liberò l’Iraq e il Medio Oriente da un pericoloso, sanguinario despota.

Gli americani capirono e lo appoggiarono.

Gli europei, o almeno molti europei, non l’hanno mai capito. Se fosse dipeso da loro si sarebbero fidati della parola del più bugiardo dittatore mediorientale. E se fosse dipeso da loro anche con i talebani avrebbero insistito col negoziato. Chissà che con aiuti economici non avessero recuperato la ragione e smesso di ospitare il profeta di morte!

Naturalmente una cosa del genere non sarebbe mai accaduta. I talebani non avrebbero mai consegnato Osama Bin Laden perché alle radici della loro avversione verso l’America e l’Europa non c’era l’economia o la politica, ma la religione. Era stato il radicalismo islamico a riportare l’Afganistan al Medioevo. E per lo stesso motivo i talebani avevano dato allo sceicco saudita ospitalità e basi di addestramento per le sue milizie.

 

Nella vecchia Europa la contrarietà a usare la forza, una forza che comunque non avrebbe, è totale. Quando c’erano l’Urss e il patto di Varsavia, a difenderci ci pensavano gli americani e la Nato. Caduta la minaccia dell’est sotto le macerie del muro di Berlino e crollato il comunismo sovietico, gli europei si ritrovano ora scoperti sul piano psicologico e sul piano tecnico. Sul piano psicologico perché, per quasi mezzo secolo al riparo dell’ombrello americano, si sono disabituati a considerare ineliminabile l’opzione militare. E sul piano tecnico perché avendo dedicato in media alla difesa l’1 per cento dei loro bilanci statali, i loro armamenti e i loro eserciti sono inadeguati ad affrontare l’emergenza.

Queste note possono aiutare a capire perché quando si tratta di menare le mani o di montare un’operazione militare, gli unici in grado di farlo sono gli americani e in misura inferiore i britannici e i francesi.

Scoppiano le guerre nei Balcani? Né l’Europa né tanto meno la discreditata Onu sono in grado di riportare la pace. Ci vogliono gli americani a fermare la mano di Karadzic in Bosnia e di Milosevic in Kosovo. La Somalia sta morendo di fame? Sono gli americani a guidare la spedizione umanitaria, presa poi a fucilate da coloro che eravamo andati a soccorrere.

L’Iraq invade il Kuwait? Sono gli americani a cucire, dirigere l’alleanza militare che ricaccerà l’aggressore e libererà il Paese occupato.

Tutti casi – nota bene – in cui l’occidente si è mobilitato per salvare popolazioni musulmane dal genocidio, dalla fame, dall’aggressione.

 

Se guardo alla storia recente non vedo le ragioni del risentimento islamico nei nostri confronti. Negli ultimi quindici anni America e Europa, ma soprattutto l’America come si sa, sono intervenuti militarmente quattro volte per salvare popolazioni islamiche: in Somalia, Bosnia, Kosovo, Iraq.

Non è dunque la politica estera il fattore scatenante del terrore islamico. Né è la questione palestinese della quale a Osama Bin Laden non potrebbe importare di meno. Chi ne ha letto la biografia, ricorderà come lo stesso Bin Laden raccontò la genesi della sua guerra santa contro gli infedeli cristiani. Tutto nacque durante la fase preparatoria della prima guerra del Golfo. Vedere soldati e soldatesse americani passeggiare in abiti occidentali lungo le vie di Riad e di Gedda, le donne a capo scoperto, gli uomini in shorts fu per il ricchissimo 42 esimo figlio di uno sceicco imparentato con la famiglia reale uno choc terribile. Un sacrilegio, nel Paese che è la culla dell’Islam e che dell’Islam osserva la concezione più rigorosa, quella wahhabita (dal nome del fondatore della scuola islamica sorta a Najid nell’Arabia centrale nel XVIII secolo, repressa all’epoca, e ricomparsa nel XX secolo quando la tribù Saud instaurò la monarchia).

 

Questo è il background storico. Ma non basta ancora a spiegare la trasformazione dello sdegno islamico in rabbia, della rabbia in furore, del furore in terrore. Alla base della guerra santa scatenata contro tutto ciò che è cristiano, occidentale, americano in particolare (perché della civiltà occidente gli Stati Uniti sono il simbolo maggiore), alla base di questa dichiarazione di guerra e degli orrori che ne sono seguiti c’è il riemergere di risentimenti e frustrazioni di antica data. Risentimenti e frustrazioni di cui si è fatto portavoce il clero più intransigente, radicale. Mi riferisco ai vari Imam che in casa e fuori casa, nei Paesi che ospitano le comunità musulmane, predicano il riscatto del mondo islamico, troppo a lungo mortificato da una civiltà, diciamolo pure, superiore.

Non elaboro il concetto. Sarebbe troppo lungo e se volete possiamo parlarne più tardi.

L’accenno mi sembra però sufficiente a sfatare la tesi delle motivazioni contingenti come origine e causa del terrorismo islamico. Non è la politica ad averlo scatenato e a infiammarlo. E’ la religione. O meglio è lo scontro fra due concezioni spirituali assolutamente incompatibili, alternative: quella giudaico-cristiana del rispetto dell’individuo, dei suoi diritti di libertà, di tolleranza, di pluralismo e quella islamica fondamentalistica che non conosce il concetto di libertà ma solo di giustizia, quando la giustizia si conforma alla sharia, la legge coranica. Che non conosce i diritti dell’individuo, ma solo l’obbedienza ai precetti, la schiavitù della donna, la sottomissione o la distruzione dell’infedele, l’intolleranza nei confronti del diverso, il monolitismo e non il pluralismo ideologico.

 

Ovvio che del fondamentalismo, come di qualsiasi integralismo, il nemico mortale è il suo contrario: la democrazia liberale. Solo la democrazia prevede la possibilità di contarsi, di dividersi, di competere, di scontrarsi nelle opinioni  e nelle azioni senza il timore di finire in prigione o di essere eliminati.

Eppure…

Eppure in contesti sociali così ostili e arretrati, in Afganistan e in Iraq, sono avvenuti due miracoli. Milioni di persone sono andate alle urne, hanno votato per diversi candidati e per diversi partiti.

Lo spettacolo delle donne in burka davanti ai seggi di Kabul e delle mamme irachene con i bambini in braccio che sfidavano le bombe e i tagliatori di teste smentisce gli scettici. Non è vero che in quelle regioni un trapianto di democrazia sia impossibile. E’ vero il contrario. La democrazia è trapiantabile anche nel mondo islamico. Sì, anche in un mondo in gran parte tuttora tribale.

E sapete perché? perché quei valori, i nostri valori, sono valori universali, non solo cristiani ma universali e come tali naturali e accettati in qualsiasi contesto sociale non represso e non oppresso.

 

Qualche tempo fa forse, anzi sicuramente, non era così. Ma poi la televisione via satellite, Internet, i viaggi hanno all’improvviso confrontato quelle popolazioni con il mondo moderno, il mondo che si è evoluto, ha conosciuto l’illuminismo, la civiltà liberale, il positivismo, il progresso tecnico e tecnologico, è andato sulla Luna, mentre l’altro, il mondo musulmano continuava a pascolare pecore nel deserto come sei-sette secoli fa.

Dunque, per riprendere l’assunto di partenza, è sbagliato ritenere che il terrore islamico sia stato determinato dalla politica estera americana. Ed è sbagliata anche la tesi, secondo la quale la sua recrudescenza sia da collegare alla campagna americana in Iraq.

L’Islam radicale ha una sua agenda precisa, fa leva sul fanatismo religioso, mira a due obiettivi. In primo luogo tagliare ogni legame fra Stati Uniti e Europa. Secondariamente riconquistare l’Europa meridionale, come già avvenne nel primo millennio.

E l’Italia ga parte dell’Europa meridionale.

L’America, Bush o non Bush, è consapevole di questa sfida, di questa sfida  epocale. E dimostra con i fatti la determinazione a difendersi. L’Europa questa consapevolezza non ce l’ha o non l’avverte.

 

E allora parliamo di fatti. I più rimarchevoli sono l’assenza di attentati in America da quel terribile 11 Settembre 2001 e la ricorrenza di stragi islamiche in Europa e in Asia.

Una tale differenza dipende da due fattori. Il primo è la severità dei controlli alle frontiere americane.

Il secondo è la diversa condizione dell’immigrazione islamica negli Stati Uniti e in Europa. Negli Stati Uniti ci sono circa cinque milioni di arabi naturalizzati. Quasi tutti immigrati legali. Quasi tutti non sono musulmani, mentre i musulmani americani quasi mai sono arabi. In maggioranza sono cattolici, cristiani, ortodossi o protestanti. Sono benestanti. Buona educazione: almeno il diploma di scuola media superiore. Reddito medio attorno ai 52 mila dollari. Elevatissimo il tasso di matrimoni misti (oltre il 75 per cento). Il che dimostra come gli arabi siano confluiti con successo nel grande melting pot americano e si siano perfettamente integrati.

 

In Europa ci sono circa 14 milioni di musulmani, 4 milioni più di 10 anni fa. Molti sono gli immigrati illegali. Molti di meno quelli che si sono integrati. Vivono spesso in ghetti nei quali – attenzione – non sono stati costretti, ma si sono autoreclusi animati da sentimenti di frustrazione, insoddisfazione, alienazione. Una minima percentuale, anche fra gli immigrati della seconda generazione, anche fra coloro che hanno preso la cittadinanza, hanno sviluppato lo stesso senso di appartenenza e di nazionalità che è tanto diffuso fra gli arabi e i musulmani americani. Si sentono discriminati nelle scuole e nella ricerca di posti di lavoro. Il loro reddito pro capite è infinitamente più basso di quello americano.

Logico che in questo clima abbiano facile presa gli Imam fondamentalisti. Negli Stati Uniti la loro predicazione, non appena rivela toni incendiari, è proibita. In Europa no. E lo dimostra la proliferazione delle moschee nelle nostre città, il dieci per cento delle quali sono controllate dal clero fondamentalista. In Francia, Olanda, Italia – stando a un’inchiesta condotta da ‘’Newsweek’’ – ci sono una ventina di organizzazioni hard-line che alla preghiera e alla predicazione affiancano la raccolta di fondi e il reclutamento di jihadisti, combattenti della guerra santa, disposti ad andare in Medio Oriente e pronti a farsi saltare in aria.

Secondo Scotland Yard ben tremila dei terroristi di Al Qaeda addestrati nei campi di Osama Bin Laden in Afganistan erano nati o abitavano in Gran Bretagna. E a questo proposito voglio ricordare che gli attentatori del 7 Luglio a Londra appartenevano alla seconda generazione, cioè erano figli e nipoti di immigrati islamici, scuola inglese, passaporto inglese, amicizie inglesi.

Che cosa li può avere portati ad odiare tanto la patria di adozione? ‘’La predicazione dell’odio’’ scrive ‘Newsweek. Gli Imam predicano il primato assoluto della sharia, la legge coranica, nei confronti della legge dell’uomo, anche e soprattutto nei Paesi di immigrazione. E se le leggi di questi Paesi sono in contrasto con la svaria, con le consuetudini, le abitudini, le tradizioni dell’islamismo radicale, tanto peggio per loro.

 

La generazione educata da questi Imam viene chiamata la generazione della Jihad, della guerra santa. Ovviamente – non ci sarebbe bisogno di dirlo – essa comprende una percentuale piccola delle comunità islamiche europee. Gode però di larghe comprensioni, simpatie, se non di concreti appoggi.

E’ altrettanto ovvio che la maggior parte delle comunità islamiche condanna il terrorismo come metodo di lotta politica o religiosa. Ma quasi sempre la condanna è condizionata, vale a dire esprime no alla violenza ma sostiene che gli Usa, la Gran Bretagna, la Spagna e il resto dell’Europa si attirano addosso la violenza di Al Qaeda per le loro politiche. Al Qaeda reagirebbe e non agirebbe. Vorrebbe vendicare torti storici, quando in realtà mira a imporre all’infedele cristiano la visione islamica della vita e dello spirito.

 

Quale è allora la proiezione pratica delle differenze fra la presenza musulmana in America e la presenza musulmana in Europa?

La risposta va rintracciata nelle considerazioni suesposte: i terroristi che hanno colpito l’America venivano tutti da fuori, quelli che hanno colpito l’Europa erano in casa. Avrete notato che da quella terribile mattina dell’11 Settembre 2001 in America non ci sono più stati attentati. In Europa invece ce ne sono stati due gravissimi e un altro paio sventati in extremis. Tutto questo senza contare le bombe che hanno dilaniato turisti europei un po’ dappertutto, da Sharm el-sheik a Bali.

 

In conclusione: noi il nemico l’abbiamo in casa. L’America no.

Solo di recente noi europei ci siamo accorti che le Madras, scuole islamiche, come quella chiusa – troppo tardi – a Milano, sono in realtà palestre d’odio dove ai ragazzi viene lavato il cervello per farne all’occorrenza altrettante reclute del terrore. Solo dopo le bombe di Londra, mi riferisco agli attentati riusciti e a quelli mancati, ci si è decisi a espellere gli apostoli di morte.

Solo ora comincia a farsi strada la convinzione che a disarmare l’intolleranza la tolleranza non serva. Che bisogna prevenire la violenza di chi vuol distruggere o soggiogare la nostra società, soffocare le nostre tradizioni religiose.

In poche parole: contro un nemico che è disposto a uccidersi pur di ucciderci, che pretende il multiculturalismo per imporre il proprio monoculturalismo, buonismo e calcolo equivalgono alla resa. Ed è contro la cultura della resa che dobbiamo tenere alte le difese.