ATLANTISMO, QUESTIONE ISLAMICA E DEMOCRAZIA
Relazione di Cesare
De Carlo, giornalista e socio onorario di Impegno Civico
Lunedì 3 ottobre
2005, Gran Hotel Baglioni
Le sfide degli Stati Uniti d’America sono anche le nostre sfide e investono
i nostri valori: i valori emersi alla metà degli anni Quaranta dalle rovine
della guerra e che da allora governano la nostra convivenza civile, i valori,
arrivati al seguito delle armate americane liberatrici, i valori, infine,
restaurati in un’Europa che aveva visto nascere e stabilirsi i più mostruosi
totalitarismi dell’epoca moderna, il nazionalsocialismo in Germania, il
marx-leninismo in Russia e, nel nostro piccolo, il fascismo in Italia, che – va
ricordato – al nazismo fece da battistrada. Come vedete, non è vero che
arriviamo sempre al rimorchio della storia.
Parlerò dunque di fatti americani, se non altro perché in quella grande
nazione abito e lavoro da vent’anni come sanno coloro che hanno la bontà di
leggermi, parlerò di fatti recenti e meno recenti, cercando di capire insieme
con voi perché essi in gran parte della vecchia Europa vengano sistematicamente
considerati, interpretati, inquadrati in una luce critica, se non addirittura
odiosa.
Voglio partire questa sera da due fatti: gli uragani e il terrorismo.
Che cosa hanno in comune gli uragani, che hanno flagellato la Louisiana, e
il terrorismo contro il quale gli americani, anche nel nostro interesse, hanno
condotto due guerre?
Assolutamente nulla. Uragani e terrorismo non hanno nulla in comune. I
primi, gli uragani, sono eventi naturali, prevedibili nelle date e nel
percorso, disgrazie alle quali si può scampare solo che si abbia l’avvertenza
di evacuare in tempo le zone a rischio o di trovare rifugio in costruzioni
sicure.
Gli atti di terrorismo sono invece innaturali, nel senso che sono provocati
dall’uomo. Sono imprevedibili nel loro accadimento, perché il terrore deve
cogliere di sorpresa. E di conseguenza non ci si può salvare se si ha la
sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato, al momento sbagliato, con la
compagnia sbagliata.
Bene. Anzi male. E allora, mi chiederete, se uragani e attentati islamici
non hanno nulla in comune, perché questa sera ce ne parli?
La risposta l’avete già, solo che vogliate ricordare quanto negli ultimi
anni avete letto e ascoltato. Letto e ascoltato nei giornali o da analisi,
resoconti televisivi, dibattiti. Vi sarete accorti – suppongo – che dietro la
commiserazione in molti casi si celavano sentimenti ambigui. Partecipazione,
certo, e condanna, accompagnate però talvolta, da una malcelata schadenfreude,
come dicono i tedeschi, cioè a dire da gioia maligna.
Così, quando, quattro anni fa, gli americani subirono il più devastante
attacco sul proprio territorio, più grave persino di Pearl Harbor, lessi e
ascoltai commenti di questo tipo: la furia islamica è certamente da condannare,
ma gli Usa se la sono attirata addosso per la loro politica estera, per il loro
sostegno a Israele, per la loro presenza militare in Arabia Saudita, culla
della religione islamica. Che è come dire: se la sono cercata.
E ora, di fronte alle devastazioni e alle inondazioni provocate da Katrina
a New Orleans, ho letto e ascoltato commenti di questo tipo: certo dispiace per
le vittime e le devastazioni, ma gli Usa non hanno ratificato il protocollo di
Kyoto e la natura si è vendicata. Dunque, ancora una volta, se la sono cercata.
E la colpa è ovviamente dell’attuale presidente George W. Bush. Bush
avrebbe snobbato, frustrato, boicottato le ansie ecologiche del mondo. Non le
ha invece boicottate il socialista Schroeder, eppure come sapete il Danubio non
ha risparmiato la Baviera un paio di mesi fa.
In realtà, pur concedendo la necessità, anzi l’urgenza di ridurre le
emissioni, una cosa è chiara: se i termini di quell’accordo non verranno
imposti anche Cina e India (insieme 2,5 miliardi di persone), i suoi effetti
benefici saranno trascurabili.
Ma questo la nostra sinistra non lo capirà mai. E se lo capisce si lascia
trascinare da quell’anti-americanismo, con cui cerca di sostituire il crollo di
tutte le sue certezze ideologiche.
La sinistra è ancora alla ricerca disperata di una nuova identità per non
dover ammettere di essere rimasta per mezzo secolo dalla parte sbagliata della
storia. Non ha ancora digerito il fatto che l’America abbia vinto la guerra
fredda, che abbia affossato il modello alternativo, che abbia fatto di essa
un’orfana ideologica. E allora rivendica la sua alienazione da una way of life che noi europei abbiamo
importato dall’America, demonizza il cosiddetto capitalismo ‘’selvaggio’’, ti
ricorda la presunta crudeltà di un sistema che lascia indietro i più deboli e
non fornisce assistenza sanitaria a tutti, continua a chiamare imperialistica e
aggressiva la politica estera americana, come si usava ai bei tempi dell’Unione
Sovietica.
Ragion per cui l’Europa – questa la presunzione – farebbe bene a prendere
le distanze, anzi a contrapporsi. Gli interessi dell’America non sarebbero i
nostri. Le sue guerre non sarebbero le nostre. Il suo rigore non il nostro.
Noi europei saremmo meno manichei, meno propensi a rispondere alla violenza
con la forza, meno sordi alle ragioni degli altri. Perché anche i terroristi ne
hanno, perbacco. E se ne hanno, allora è molto meglio l’approccio europeo che è
quello del dialogo, del negoziato, dell’intesa.
Dice l’Europa: non c’è bisogno di mobilitare l’esercito. Basta
Già,
L’altra sera ho rivisto in televisione Don Camillo e l’onorevole Peppone.
Ebbene gli slogan di Peppone e della prosperosa compagna spedita dal partito a
Brescello erano gli stessi che animano oggi pacifisti, no-global, neo e
postcomunisti, ecoradicali eccetera. Insomma il popolo dell’arcobaleno. Con la
sola differenza che allora, ai tempi di Don Camillo e Peppone, sventolavano la
colomba di Picasso. Oggi hanno la bandiera dell’iride, una bandiera – forse lo
sapete già – che in America non è simbolo di pace ma di amore omosessuale.
Reverendo – diceva Peppone a Don Camillo – noi stiamo con l’Unione Sovietica, noi siamo per la pace.
La pace era intesa come valore assoluto. Un valore rispetto al quale cedeva
quello primario della libertà, col quale la prassi comunista era totalmente
incompatibile. Perché – come sapete – ci
può essere libertà senza pace, ma mai pace senza libertà.
Nella
propaganda di allora, come di ora, il concetto di pace serviva a narcotizzare,
neutralizzare, ingannare ogni tensione liberatoria. Serviva a consolidare il
sistema liberticida. E dunque non aveva alcuna importanza se la pace fosse o
non fosse accompagnata dalla libertà di espressione, dal pluralismo politico,
economico, sociale, dalla tutela dei diritti civili.
Anzi aveva importanza l’esatto contrario.
Antitetici erano gli scopi della propaganda pacifista: scongiurare e non
favorire il rispetto di quei principi.
Il che bastava a rovesciare il significato stesso del concetto di pace,
bastava a dargli una connotazione negativa perché la pace in quelle condizioni
era la mortificazione e non l’aspirazione di tutti coloro che per la pace non
erano però disposti a vivere in schiavitù.
Pensate al tipo di pace imposta dall’Urss sull’Europa orientale per quasi
mezzo secolo e pensate al vassallaggio cui i Paesi fratelli erano stati
costretti. O pensate alla pace ricattatoria imposta a Paesi, che non facevano
parte del blocco sovietico ma non erano abbastanza forti da resistere ai
condizionamenti della superpotenza rossa. Mi riferisco alla Finlandia. Il
termine finlandizzazione indicava una politica estera timida, tremebonda, di
fatto succube dell’Urss di cui si volevano evitare sgradite reazioni.
Questa era la pace della resa, della rassegnazione, della sudditanza. Era
la pace dei cimiteri. E infatti non a caso lo slogan del socialismo
massimalista, nella Germania occidentale, era ‘’lieber rot als tot’’. Meglio
rossi che morti.
Ebbene, talvolta ho l’impressione che qualcuno intenda aggiornarlo in
‘’meglio islamici che morti’’, soprattutto se guardo a certi ambienti estremi o
ai buonisti a oltranza. Voglio dire che la paura di reagire alla sfida epocale
del fondamentalismo islamico, la riluttanza a fare la voce grossa nella
consapevolezza forse che dalle parole non passeremo mai ai fatti, o
semplicemente l’ignoranza, la codardia, il calcolo elettorale sono talmente
forti da vanificare ogni volontà di difesa e rifiutare a priori il ricorso alla
forza, nel timore di guai maggiori.
In questa Europa snervata, arrendevole, accomodante, prevale una
convinzione opposta: contro gli Stati che predicano, auspicano, finanziano,
sponsorizzano il sovvertimento della nostra società, la vogliono schiavizzare o
addirittura distruggere scatenando contro di noi il terrore del fanatismo
religioso, basta la diplomazia. Il che può essere vero solo se la diplomazia è
armata, cioè si appoggia sulla minaccia dell’uso della forza. Se è disarmata
come è il caso di questa Europa che non è riuscita nemmeno a risolvere i
conflitti nei Balcani (senza gli americani a quest’ora in Bosnia e Kosovo
continuerebbero a massacrarsi), se dunque la diplomazia è disarmata i risultati
sono molto più magri, se non addirittura assenti.
Prendiamo i casi dell’Afganistan e dell’Iraq. In entrambi i casi, prima di
attaccare, il presidente americano George Bush tentò l’approccio diplomatico.
Ai talebani di Kabul intimò la consegna di Osama Bin Laden, l’autore del doppio
terribile attentato dell’11 settembre. Diede loro quattro settimane di tempo e
quando questi non cedettero non cercò altre mediazioni, altri contatti, altri
compromessi. Il tempo del negoziato è finito, disse. E ordinò al Pentagono di
passare all’azione.
Nel caso dell’Iraq, diede sei mesi al dittatore iracheno per dimostrare che
nei suoi depositi non c’erano armi chimiche e batteriologiche e che non
ospitava campi di addestramento di Al Qaeda. Cercò di ottenere il consenso
dell’Onu, inseguendo risoluzione dopo risoluzione. E solo dopo che Saddam
Hussein cacciò gli ispettori e rifiutò ogni collaborazione, si convinse che con
l’Onu e col negoziato ad oltranza non avrebbe cavato un ragno dal buco. E
lanciò l’invasione.
Ne va della nostra sicurezza – spiegò agli americani – dobbiamo combattere
i nemici in casa loro e non attendere che ci attacchino di nuovo in casa
nostra. Se le armi di distruzione di massa ci sono e cadessero nelle mani dei
terroristi, avremmo un undici settembre moltiplicato per cento.
Quelle armi non c’erano. Ma questo Bush lo apprese dopo l’invasione, mentre
tutti i servizi segreti del mondo, compresi quelli francesi, erano convinti che
ci fossero. In ogni caso liberò l’Iraq e il Medio Oriente da un pericoloso,
sanguinario despota.
Gli americani capirono e lo appoggiarono.
Gli europei, o almeno molti europei, non l’hanno mai capito. Se fosse
dipeso da loro si sarebbero fidati della parola del più bugiardo dittatore
mediorientale. E se fosse dipeso da loro anche con i talebani avrebbero
insistito col negoziato. Chissà che con aiuti economici non avessero recuperato
la ragione e smesso di ospitare il profeta di morte!
Naturalmente una cosa del genere non sarebbe mai accaduta. I talebani non
avrebbero mai consegnato Osama Bin Laden perché alle radici della loro
avversione verso l’America e l’Europa non c’era l’economia o la politica, ma la
religione. Era stato il radicalismo islamico a riportare l’Afganistan al
Medioevo. E per lo stesso motivo i talebani avevano dato allo sceicco saudita
ospitalità e basi di addestramento per le sue milizie.
Nella vecchia Europa la contrarietà a usare la forza, una forza che
comunque non avrebbe, è totale. Quando c’erano l’Urss e il patto di Varsavia, a
difenderci ci pensavano gli americani e la Nato. Caduta la minaccia dell’est
sotto le macerie del muro di Berlino e crollato il comunismo sovietico, gli europei
si ritrovano ora scoperti sul piano psicologico e sul piano tecnico. Sul piano
psicologico perché, per quasi mezzo secolo al riparo dell’ombrello americano,
si sono disabituati a considerare ineliminabile l’opzione militare. E sul piano
tecnico perché avendo dedicato in media alla difesa l’1 per cento dei loro
bilanci statali, i loro armamenti e i loro eserciti sono inadeguati ad
affrontare l’emergenza.
Queste note possono aiutare a capire perché quando si tratta di menare le
mani o di montare un’operazione militare, gli unici in grado di farlo sono gli
americani e in misura inferiore i britannici e i francesi.
Scoppiano le guerre nei Balcani? Né l’Europa né tanto meno la discreditata
Onu sono in grado di riportare la pace. Ci vogliono gli americani a fermare la
mano di Karadzic in Bosnia e di Milosevic in Kosovo. La Somalia sta morendo di
fame? Sono gli americani a guidare la spedizione umanitaria, presa poi a
fucilate da coloro che eravamo andati a soccorrere.
L’Iraq invade il Kuwait? Sono gli americani a cucire, dirigere l’alleanza
militare che ricaccerà l’aggressore e libererà il Paese occupato.
Tutti casi – nota bene – in cui l’occidente si è mobilitato per salvare
popolazioni musulmane dal genocidio, dalla fame, dall’aggressione.
Se guardo alla storia recente non vedo le ragioni del risentimento islamico
nei nostri confronti. Negli ultimi quindici anni America e Europa, ma
soprattutto l’America come si sa, sono intervenuti militarmente quattro volte
per salvare popolazioni islamiche: in Somalia, Bosnia, Kosovo, Iraq.
Non è dunque la politica estera il fattore scatenante del terrore islamico.
Né è la questione palestinese della quale a Osama Bin Laden non potrebbe
importare di meno. Chi ne ha letto la biografia, ricorderà come lo stesso Bin
Laden raccontò la genesi della sua guerra santa contro gli infedeli cristiani.
Tutto nacque durante la fase preparatoria della prima guerra del Golfo. Vedere
soldati e soldatesse americani passeggiare in abiti occidentali lungo le vie di
Riad e di Gedda, le donne a capo scoperto, gli uomini in shorts fu per il
ricchissimo 42 esimo figlio di uno sceicco imparentato con la famiglia reale
uno choc terribile. Un sacrilegio, nel Paese che è la culla dell’Islam e che
dell’Islam osserva la concezione più rigorosa, quella wahhabita (dal nome del
fondatore della scuola islamica sorta a Najid nell’Arabia centrale nel XVIII
secolo, repressa all’epoca, e ricomparsa nel XX secolo quando la tribù Saud
instaurò la monarchia).
Questo è il background storico. Ma non basta ancora a spiegare la
trasformazione dello sdegno islamico in rabbia, della rabbia in furore, del
furore in terrore. Alla base della guerra santa scatenata contro tutto ciò che
è cristiano, occidentale, americano in particolare (perché della civiltà
occidente gli Stati Uniti sono il simbolo maggiore), alla base di questa
dichiarazione di guerra e degli orrori che ne sono seguiti c’è il riemergere di
risentimenti e frustrazioni di antica data. Risentimenti e frustrazioni di cui
si è fatto portavoce il clero più intransigente, radicale. Mi riferisco ai vari
Imam che in casa e fuori casa, nei Paesi che ospitano le comunità musulmane,
predicano il riscatto del mondo islamico, troppo a lungo mortificato da una
civiltà, diciamolo pure, superiore.
Non elaboro il concetto. Sarebbe troppo lungo e se volete possiamo parlarne
più tardi.
L’accenno mi sembra però sufficiente a sfatare la tesi delle motivazioni
contingenti come origine e causa del terrorismo islamico. Non è la politica ad
averlo scatenato e a infiammarlo. E’ la religione. O meglio è lo scontro fra due concezioni spirituali
assolutamente incompatibili, alternative: quella giudaico-cristiana del
rispetto dell’individuo, dei suoi diritti di libertà, di tolleranza, di
pluralismo e quella islamica fondamentalistica che non conosce il concetto di
libertà ma solo di giustizia, quando la giustizia si conforma alla sharia, la
legge coranica. Che non conosce i diritti dell’individuo, ma solo l’obbedienza
ai precetti, la schiavitù della donna, la sottomissione o la distruzione
dell’infedele, l’intolleranza nei confronti del diverso, il monolitismo e non
il pluralismo ideologico.
Ovvio che del fondamentalismo, come di qualsiasi integralismo, il nemico
mortale è il suo contrario: la democrazia liberale. Solo la democrazia prevede
la possibilità di contarsi, di dividersi, di competere, di scontrarsi nelle
opinioni e nelle azioni senza il timore
di finire in prigione o di essere eliminati.
Eppure…
Eppure in contesti sociali così ostili e arretrati, in Afganistan e in
Iraq, sono avvenuti due miracoli. Milioni di persone sono andate alle urne,
hanno votato per diversi candidati e per diversi partiti.
Lo spettacolo delle donne in burka davanti ai seggi di Kabul e delle mamme
irachene con i bambini in braccio che sfidavano le bombe e i tagliatori di
teste smentisce gli scettici. Non è vero che in quelle regioni un trapianto di
democrazia sia impossibile. E’ vero il contrario. La democrazia è trapiantabile
anche nel mondo islamico. Sì, anche in un mondo in gran parte tuttora tribale.
E sapete perché? perché quei valori, i nostri valori, sono valori
universali, non solo cristiani ma universali e come tali naturali e accettati
in qualsiasi contesto sociale non represso e non oppresso.
Qualche tempo fa forse, anzi sicuramente, non era così. Ma poi la
televisione via satellite, Internet, i viaggi hanno all’improvviso confrontato
quelle popolazioni con il mondo moderno, il mondo che si è evoluto, ha
conosciuto l’illuminismo, la civiltà liberale, il positivismo, il progresso
tecnico e tecnologico, è andato sulla Luna, mentre l’altro, il mondo musulmano
continuava a pascolare pecore nel deserto come sei-sette secoli fa.
Dunque, per riprendere l’assunto di partenza, è sbagliato ritenere che il
terrore islamico sia stato determinato dalla politica estera americana. Ed è
sbagliata anche la tesi, secondo la quale la sua recrudescenza sia da collegare
alla campagna americana in Iraq.
L’Islam radicale ha una sua agenda precisa, fa leva sul fanatismo
religioso, mira a due obiettivi. In primo luogo tagliare ogni legame fra Stati
Uniti e Europa. Secondariamente riconquistare l’Europa meridionale, come già
avvenne nel primo millennio.
E l’Italia ga parte dell’Europa meridionale.
L’America, Bush o non Bush, è consapevole di questa sfida, di questa
sfida epocale. E dimostra con i fatti la
determinazione a difendersi. L’Europa questa consapevolezza non ce l’ha o non
l’avverte.
E allora parliamo di fatti. I più rimarchevoli sono l’assenza di attentati
in America da quel terribile 11 Settembre 2001 e la ricorrenza di stragi
islamiche in Europa e in Asia.
Una tale differenza dipende da due fattori. Il primo è la severità dei
controlli alle frontiere americane.
Il secondo è la diversa condizione dell’immigrazione islamica negli Stati
Uniti e in Europa. Negli Stati Uniti ci sono circa cinque milioni di arabi
naturalizzati. Quasi tutti immigrati legali. Quasi tutti non sono musulmani,
mentre i musulmani americani quasi mai sono arabi. In maggioranza sono
cattolici, cristiani, ortodossi o protestanti. Sono benestanti. Buona
educazione: almeno il diploma di scuola media superiore. Reddito medio attorno
ai 52 mila dollari. Elevatissimo il tasso di matrimoni misti (oltre il 75 per
cento). Il che dimostra come gli arabi siano confluiti con successo nel grande
melting pot americano e si siano perfettamente integrati.
In Europa ci sono circa 14 milioni di musulmani, 4 milioni più di 10 anni
fa. Molti sono gli immigrati illegali. Molti di meno quelli che si sono
integrati. Vivono spesso in ghetti nei quali – attenzione – non sono stati
costretti, ma si sono autoreclusi animati da sentimenti di frustrazione,
insoddisfazione, alienazione. Una minima percentuale, anche fra gli immigrati
della seconda generazione, anche fra coloro che hanno preso la cittadinanza,
hanno sviluppato lo stesso senso di appartenenza e di nazionalità che è tanto
diffuso fra gli arabi e i musulmani americani. Si sentono discriminati nelle
scuole e nella ricerca di posti di lavoro. Il loro reddito pro capite è
infinitamente più basso di quello americano.
Logico che in questo clima abbiano facile presa gli Imam fondamentalisti.
Negli Stati Uniti la loro predicazione, non appena rivela toni incendiari, è
proibita. In Europa no. E lo dimostra la proliferazione delle moschee nelle
nostre città, il dieci per cento delle quali sono controllate dal clero
fondamentalista. In Francia, Olanda, Italia – stando a un’inchiesta condotta da
‘’Newsweek’’ – ci sono una ventina di organizzazioni hard-line che alla
preghiera e alla predicazione affiancano la raccolta di fondi e il reclutamento
di jihadisti, combattenti della guerra santa, disposti ad andare in Medio
Oriente e pronti a farsi saltare in aria.
Secondo Scotland Yard ben tremila dei terroristi di Al Qaeda addestrati nei
campi di Osama Bin Laden in Afganistan erano nati o abitavano in Gran Bretagna.
E a questo proposito voglio ricordare che gli attentatori del 7 Luglio a Londra
appartenevano alla seconda generazione, cioè erano figli e nipoti di immigrati
islamici, scuola inglese, passaporto inglese, amicizie inglesi.
Che cosa li può avere portati ad odiare tanto la patria di adozione? ‘’La
predicazione dell’odio’’ scrive ‘Newsweek. Gli Imam predicano il primato
assoluto della sharia, la legge coranica, nei confronti della legge dell’uomo,
anche e soprattutto nei Paesi di immigrazione. E se le leggi di questi Paesi
sono in contrasto con la svaria, con le consuetudini, le abitudini, le
tradizioni dell’islamismo radicale, tanto peggio per loro.
La generazione educata da questi Imam viene
chiamata la generazione della Jihad, della guerra santa. Ovviamente – non ci
sarebbe bisogno di dirlo – essa comprende una percentuale piccola delle
comunità islamiche europee. Gode però di larghe comprensioni, simpatie, se non
di concreti appoggi.
E’ altrettanto ovvio che la maggior parte delle comunità islamiche condanna
il terrorismo come metodo di lotta politica o religiosa. Ma quasi sempre la
condanna è condizionata, vale a dire esprime no alla violenza ma sostiene che
gli Usa, la Gran Bretagna, la Spagna e il resto dell’Europa si attirano addosso
la violenza di Al Qaeda per le loro politiche. Al Qaeda reagirebbe e non
agirebbe. Vorrebbe vendicare torti storici, quando in realtà mira a imporre
all’infedele cristiano la visione islamica della vita e dello spirito.
Quale è allora la proiezione pratica delle differenze fra la presenza
musulmana in America e la presenza musulmana in Europa?
La risposta va rintracciata nelle considerazioni suesposte: i terroristi
che hanno colpito l’America venivano tutti da fuori, quelli che hanno colpito l’Europa
erano in casa. Avrete notato che da quella terribile mattina dell’11 Settembre
2001 in America non ci sono più stati attentati. In Europa invece ce ne sono
stati due gravissimi e un altro paio sventati in extremis. Tutto questo senza
contare le bombe che hanno dilaniato turisti europei un po’ dappertutto, da
Sharm el-sheik a Bali.
In conclusione: noi il nemico l’abbiamo in casa. L’America no.
Solo di recente noi europei ci siamo accorti che le Madras, scuole
islamiche, come quella chiusa – troppo tardi – a Milano, sono in realtà
palestre d’odio dove ai ragazzi viene lavato il cervello per farne
all’occorrenza altrettante reclute del terrore. Solo dopo le bombe di Londra,
mi riferisco agli attentati riusciti e a quelli mancati, ci si è decisi a espellere
gli apostoli di morte.
Solo ora comincia a farsi strada la convinzione che a disarmare
l’intolleranza la tolleranza non serva. Che bisogna prevenire la violenza di
chi vuol distruggere o soggiogare la nostra società, soffocare le nostre
tradizioni religiose.
In poche parole: contro un nemico che è disposto a uccidersi pur di
ucciderci, che pretende il multiculturalismo per imporre il proprio
monoculturalismo, buonismo e calcolo equivalgono alla resa. Ed è contro la
cultura della resa che dobbiamo tenere alte le difese.