Paolo Guzzanti, 12 maggio 2004, Oratorio san Filippo Neri:

“Le radici dell’anti-americanismo”

 


L’anti-americanismo è una cosa di cui discutiamo, scriviamo, parliamo ed è qualcosa che si svolge esternamente man mano che i fatti accadono – l’ultimo è la guerra in Iraq -  ma io credo anche internamente, perché una quota di americanismo e antiamericanismo, in un certo senso,  fa parte dell’animo umano, cioè io sono arrivato a concepire questa idea metastorica, che può sembrare un’astruseria più filosofica che concreta, ma sono arrivato a pensare che il motivo di fondo per cui  l’America sia di volta in volta, e secondo le persone e i momenti, profondamente radicalmente odiata  e detestata, disprezzata o, viceversa, profondamente amata, rispettata, questo è qualcosa che ha a che fare con una sorta di meta umana che sta dentro di noi, di cui l’America è una rappresentazione, penso in parte casuale.

Come si è formata la nazione americana è una cosa tanto nota quanto al tempo stesso meritevole di conoscenze ulteriori, quante anime vi hanno confluito. Certamente nella formazione della Dichiarazione d’indipendenza e nella Costituzione degli Stati Uniti c’è un valore rivoluzionario che riguarda l’unicità dell’uomo, le sue legittime aspirazioni e il suo diritto, il diritto a conquistare la felicità.

E qui faccio una brevissima parentesi: la mia bambina di 22 mesi – mia moglie è americana,  cosa che naturalmente ha avuto ed ha su di me la sua influenza - ci permette un dialogo profondo. Mia moglie ha vissuto cinque anni a Parigi prima che la conoscessi, le sue origini paterne sono italiane, anche se suo padre non parla nessuna parola di italiano, mentre quelle materne sono svedesi-irlandesi.

 

L’ACCUSA DI FONDO: GLI AMERICANI SONO VOLGARI!

Stavo parlando dei sentimenti profondi che maturano nei confronti degli Stati Uniti, che sono dei sentimenti così diametralmente opposti. L’antiamericanismo può essere così radicale e radicato, acre, violento, sprezzante, fatto fondamentalmente di questa accusa base: gli Americani sono volgari! Io ho scoperto negli Stati Uniti che tutte le famiglie americane, specialmente della costa orientale, diciamo il newyorkese tipico, il borghese di New York, considerano incompleta la vita – un po’ come per il musulmano il viaggio alla Mecca -  se uno non va a fare almeno una volta un pellegrinaggio in Europa. E per l’Americano, fino alla guerra in Iraq, il pellegrinaggio in Europa voleva dire soltanto andare a Parigi, dove essere insultato dalla mattina alla sera, lui e sua moglie e i suoi figli, e sentirsi dire quanto sono cafoni, incapaci di capire la bellezza dell’arte, la bontà del cibo, del formaggio, del vino, quanto siano villani i suoi calzini corti, le sue camiciole di terital, magari a maniche corte, quanto ciò che è americano sia assolutamente volgare. Carico onusto  di queste frustrazioni, però corroboranti, l’americano medio se ne tornava a casa felice di aver ricevuto questa carica di insulti europei, con una valigia puzzolente di camembert e di mediocri bottiglie di chablis o di altri vini un po’ più andanti.

Ora l’accusa di volgarità nei confronti degli Stati Uniti, nel discorso dell’antiamericanismo, contiene molto di  più di una battuta, contiene la presunzione che l’Europa,  e noi europei, possediamo geneticamente, quindi razzialmente, anche quando siamo ignoranti, la cultura, un elemento di valore… L’accusa di volgarità è quella più basica, più costante. Tutti quelli che nutrono dei sentimenti antiamericani vi diranno sempre per prima cosa con una certa piega alla bocca che gli americani sono volgari per loro natura – e lì si possono citare McDonald’s e CocaCola, ricordo a proposito di McDonald’s che qualche anno fa quando mi trovai in Indonesia nel corso di una delle più feroci crisi di quel paese, davanti a McDonald’s c’erano delle ordinate e lunghissime file perché lì si vendeva il cibo al prezzo più basso e di una qualità non raggiungibile in altri luoghi del paese, e – per inciso - tutta la questione del fast-food, del cibo rapido che noi in Europa sprezzantemente riduciamo all’hamburger di McDonald’s come una delle cose più obbrobriose e offensive, è la risposta alla necessità di nutrire 3 volte e qualche volta anche 4-5 volte al giorno una nazione di circa 300 milioni di persone, di cui la maggior parte non sono particolarmente abbienti.

 

L’AMERICA E’ MATERNA

Quindi una delle cose che ho imparato con più sorpresa, conoscendo l’America, è stata una cosa che non avrei mai immaginato di trovare e che da noi europei è vissuta  come qualcosa di tremendamente violento, maschio, imperialista, imperiale, armato, fatto di elicotteri, di CIA, di Dipartimento di stato, cioè:  che l’America è fondamentalmente un’istituzione materna, maternale. L’America è una madre. C’è un’immagine, del resto, che balza agli occhi per chiunque sbarchi negli Stati Uniti – generalmente si sbarca al JFK di New York, ma anche se uno arriva  per altre vie – ed è che l’America è  un paese fatto di bambini, e quindi di madri, quindi di zie, di nonni, nonne, di asili d’infanzia,  di grasse poliziotte nere che fanno attraversare delle frotte di pulcini, di bambini che attraversano delle stradone bloccando tutto il traffico. L’America, colta nella sua identità interna, è un organismo che io sento come profondamente femminile – in questo, penso,  sta la determinazione dell’America nell’uso della pena di morte, che noi europei viviamo con grande conflitto, con grande negatività di solito, ma che invece nell’animo materno americano, che è fatto di periferia, di solitudine e di protezione dal rischio, dal pericolo, è un elemento protettivo, così è vissuto, contro la razzia, contro il predonaggio, contro l’uccisione per denaro, per stupro, l’attacco nella notte che è tipico di una formazione  di mentalità da frontiera.

Gli americani sono diversissimi, lo sappiamo, da tutti gli altri popoli di lingua inglese che pure provengono dai lombi dell’impero britannico: basta varcare la frontiera tra Stati Uniti e Canada e trovi degli americani che parlano americano quasi con lo stesso accento salvo una impercettibile differenza che li distingue. Ma il canadese è già antropologicamente una figura del tutto diversa, del tutto europea; le sue università, le sue scuole, la sua vita, le sue strade sono completamente diverse da quelle degli Stati Uniti. Non parliamo poi dei neozelandesi o degli australiani. Ciò  che rende – e qui ritorno alla cosa che mi proponevo di cercare di spiegare oggi per la prima volta, perché è una cosa che ho maturato in queste ultime settimane, e l’ho maturata assistendo, non solo osservando  l’enorme quantità di libri che stanno sommergendo l’Italia e l’Europa e gli Stati Uniti sul tema dell’antiamericanismo - che non è di oggi, ma certamente oggi ha avuto una sua fase molto acuta -

gli americani sono profondamente disperati per la solitudine in cui si trovano. Io andai a vivere e lavorare negli Stati Uniti nel 92-94 e mi ci stabilii nel ’96, e cominciai a collezionare questi approfonditi ragionamenti sulla stampa americana, sulle grandi riviste americane, in cui il tema è  “ma perché l’Europa ci ha lasciato soli, sapendo che noi non vogliamo questa solitudine, e ci ha lasciato soli perché vuole che noi da soli assumiamo le scelte difficili che l’Europa si rifiuta di prendere. Tocca a noi venire in Europa a riparare i suoi genocidi, le sue dittature, le sue pulizie etniche, i suoi delitti, le sue sofferenze, ma l’Europa non vuole comprendere chi siamo e perché esistiamo.”

 

L’ACCUSA DI IMPERIALISMO A UN’EX COLONIA, CHE DI COLONIE NON NE HA MAI AVUTE

La solitudine americana è l’altra faccia del cosiddetto imperialismo, e anche qui io mi sono reso conto che questo paese che viene per antonomasia considerato imperiale, e che al suo interno esprime degli intellettuali, come Gore Vidal  che parlano e giurano che esiste un imperialismo americano, questo paese accusato di imperialismo, nel corso di  104-105 anni da quando cominciò la guerra contro la Spagna che portò alla fine  definitiva di quel che restava dell’impero spagnolo, con la liberazione in particolare di Cuba e delle Filippine, da allora nel corso di un secolo questo paese imperialista ha attivamente smantellato, ora con guerre combattute come si combattono le guerre, ora con la politica – ed è così che l’America ha agito nei confronti dell’impero britannico, e in parte nei confronti dell’impero francese – ha agito smantellando uno dopo l’altro tutti gli imperi, li ha distrutti, senza farsene uno proprio. Ebbe la tentazione imperialista-colonialista con le Filippine, che mantenne fino alla fine della II guerra mondiale, quindi per meno di una cinquantina d’anni – questo è il motivo per cui i filippini si chiamano Gonzales, Pedro,  ma parlano solo inglese.  Ma fu una tentazione e basta, perché poi il Congresso americano non volle colonie, essendo gli Stati Uniti d’America lo stato anticolonialista per eccellenza – e qui bisognerebbe rileggere con occhio fresco che cosa significò per davvero la dottrina di Monroe, e con quanto disprezzo gli americani abbiano sempre combattuto contro il colonialismo degli Europei e contro il colonialismo tout-court, e con quanta passione ideologica abbiano combattuto contro gli imperi centrali, tedesco,italiano, inglese, attraverso la legge depositi e prestiti, quando durante la II guerra mondiale Roosevelt dette alla Gran Bretagna gli strumenti economici e militari per sostenere l’impegno della guerra - prima ancora di Pearl Harbor - ma ad una condizione, che subito dopo lasciasse i pezzi grossi del suo impero, a cominciare dall’India.

Questi aspetti, la maternalità degli Stati Uniti in cui l’intera società è costruita ad immagine della protezione immaginaria – questo è come io li vivo. Non ve lo vendo come sociologia, ma come vissuto – io vedo l’America come un’organizzazione in cui si protegge un nucleo familiare di madri con i loro bambini, spesso madri sole…

 

L’AMERICA NERA, SUPERATA DALL’AMERICA ASIATICA

Altra parentesi: scusate il mio modo di raccontare per incisi..  Una cosa a proposito della maternalità dell’America che ho  imparato è la questione della famiglia nera: le donne nere sono della grandi donne americane che da secoli allevano da sole la loro prole, e la allevano di solito nella solitudine. C’è poi la famiglia borghese, a replica ed imitazione di quella bianca della middle class, ma ad Harlem e nel Bronx, come a Chicago e nelle grandi città nere, di solito la donna nera è sola nell’allevare i propri bambini, ed è una donna forte, diritta, dalle idee chiare, che lavora molto e – mi hanno spiegato che la donna nera, fin dai tempi dello schiavismo, se la doveva vedere da sola faccia a faccia con il padrone, negli Stati del Sud, quindi essere in grado di lottare e dominare la situazione  Questo poi è diventato un elemento importantissimo della nervatura sociale americana.

Non altrettanto avviene per gli uomini. Questa è una cosa per cui l’America è profondamente disperata al suo interno, perché non è riuscita a promuovere ancora la parte americana nera che è profondamente sentita anche dall’America bianca, al livello a cui avrebbe voluto portarla se non fossero intervenute purtroppo le correnti migratorie asiatiche negli USA, che hanno emarginato in una maniera assolutamente spiazzante e sprezzante tutta quanta la società nera. Generalmente là dove ci sono cinesi, coreani, pakistani, giapponesi, l’altro americano nero si trova a essere emarginato: non dai suoi connazionali, ma da queste nuove ondate.

Un’ altra immagine che mi viene in mente parlando di McDonald’s è il Diner. Viaggiando avrete incontrato quel tipo di ristorante che è il Diner, che non è McDonald’s, non è una trattoria, non somiglia a un ristorante come i nostri, è uno di quei posti tipici da quadro di Hopper o da film sul Midwest: zona a salottini, con un bancone centrale, con queste cameriere che corrono prendendo ordinazioni, quello è generalmente il diner: è la mensa operaia che è diventata poi l’espressione di un modo di vivere. La mensa operaia fu inventata da operai greci i quali notavano che, a New York in  particolare, l’operaio calabrese che stava lì a fare i grattacieli, quando arrivava l’ora del pranzo voleva  i suoi rigatoni alla calabrese, che il croato voleva le cose croate, il russo le cose russe, l’ebreo ecc. e allora fu inventato questo tipo di mensa, che è una mensa operaia etnica, in cui tu entri e secondo il paese da cui provieni trovi ciò che tua madre ti avrebbe fatto trovare a tavola: le tue salsicce, o piuttosto i tuoi crauti, ecc.

 

L’AMERICA, DESIDERIO INCONSAPEVOLE DI LIBERTA’ INSITO IN OGNUNO

Su questo, e su tanti altri elementi come questo, si è creata una fusione: viaggiando in Wyoming, nel profondo West, mia moglie, che è stata insegnante  di lingue, mi mostrava attraverso la forma degli occhi o anche l’uso di quali scarpe, o l’altezza degli zigomi, la formazione di una nazione americana che è una fusione rispetto alle tante etnie, e allora il vero americano del centro degli USA è in parte francese, poi indiano seminole, poi ha dei tratti ispanici, alla fine è uscito fuori un essere umano che è anche antropologicamente americano. L’America – e qui ritorno al discorso iniziale – è l’espressione di un traguardo che credo sia interno ad ognuno di noi in qualche modo.

C’è un desiderio inconsapevole di America in ogni essere umano, non perché si desideri l’America che sta lì dove sono gli USA geograficamente e storicamente, ma credo che esista in ogni essere umano una aspirazione non determinata, non precisa, ma forte, ma come di magnetismo, una cosa che ti porta verso la libertà, il desiderio di proteggere la tua vita e la vita delle persone che ti sono care, poi il desiderio profondo d sentire come legittima l’aspirazione verso la felicità, una felicità fatta di cose pratiche, di vita.. Questi sono poi i tre elementi - come la Francia ha ‘liberté égalité fraternité’ – i tre elementi caratteristici: life, liberty and  the pursuit of happiness , il diritto a cercare la felicità. E allora io credo che la parte più profonda, viscerale, che viene dall’interno e che fa parte di ogni essere umano, e orienta in ognuno di noi il pro-americanismo e l’anti-americanismo – più pesantemente l’antiamericanismo -  sia il senso di frustrazione e incapacità di fronte ad un modello possibile in cui queste aspirazioni naturali nell’uomo hanno trovato il momento di maggiore sviluppo e maggiore possibilità. Questo genera un conflitto profondo ed  un conflitto per cui anche il più antiamericano, anche quello che finge  di vomitare sulla cafonaggine e la volgarità e l’arroganza, e la supponenza e la violenza dell’America, però in una parte della sua vita non marginale vive la sua propria America.

Mi rendo conto che facendo questa specie di preambolo  mi sono mangiato già gran parte del mio tempo, ma mi sembra una cosa importante perché credo che non se ne venga a capo se non si ammette che l’America non è soltanto un luogo geografico, non soltanto una serie di azioni politiche che di volta in volta possiamo approvare o disapprovare per cui sentirci affratellati o indispettiti, perché certamente questi  elementi ci sono, ma credo che l’America sia anche – io lo penso – la stella polare verso la quale oggi tende il miglior tipo di sviluppo dell’umanità, il che non vuol dire che dobbiamo diventare tutti americani o imitare gli americani o farci colonizzare dagli americani,  ma la lezione americana è profondamente disturbante, non è una lezione facile, è una lezione difficile.

 

LA LEZIONE AMERICANA

La lezione americana comporta quelli che in America si chiamano con molta franchezza ‘values’, valori, che da noi non sono percepiti  o sono pronunciati a mezza bocca. Se uno da noi dice ‘ i valori’, si vergogna un  po’ a dirlo, perché non fa parte della nostra tradizione, non è nella nostra storia. Ma quando un americano dice values gli trema un po’ la voce, gli si accappona un po’ la pelle, e se insisti gli vengon le lacrime agli occhi, e se si alza la bandiera – io la prima volta che andai negli Stati Uniti mi invitarono ad un ricevimento che si svolge a Washington, dove generalmente vanno i nostri primi ministri o i ministri degli esteri, che si svolge in un ristorante coperto, sembra una specie di garage grande come la basilica di S.Pietro, con mille tavoli da venti persone, una cosa gigantesca, dove tra l’altro il servizio funziona puntualmente, con grande organizzazione - ma il mio primo choc fu quando dopo i primi discorsi ci fu il momento in cui una piccola orchestra suonò l’inno di Mameli. Tutti i commensali, che erano tutti più o meno italo-americani o italiani, si alzarono un po’ stancamente e ascoltarono l’inno, poi senza orchestra, una voce sola, nera, cominciò a cantare l’inno e allora...

Capisco che raccontando diventa retorico, ma quando vedi quello che succede nei visi delle persone ti accorgi che c’è una cosa diversa, un’emozione che collega tutti.

La stessa cosa avviene nella grande festa a Washington nel giorno della Nazione americana, dove c’è una festa tipo picnic con palloni, patatine fritte, Coca Cola, bambini che piangono, madri, ma a cui gli Americani vanno attraversando stati con i loro caravan. Allora devo dire che questa unità profonda dell’anima americana è qualcosa che quando viene vista da fuori, dagli altri, viene sentita con un senso di mancamento – nel senso che ti manca qualcosa – cui si reagisce con un moto di aggressività.

 

SE C’E’ UNA GLOBALIZZAZIONE E’ QUELLA DELL’ANTIAMERICANISMO

Sull’America sono piovuti tutti i pregiudizi e tutti gli asti razziali, gli stereotipi, i cliché. Soltanto gli ebrei, con i falsi protocolli dei savi di Sion, hanno avuto un carico di pregiudizi di una simile qualità, se non della stessa quantità. Sull’America si scarica tutto ciò che si può scaricare, salvo il fatto che c’è però, specialmente in ogni europeo, la consapevolezza che per fortuna c’è l’America. Perché se c’è l’America noi siamo comunque salvi, perché qualsiasi cosa, qualsiasi vero reale rischio noi dobbiamo andare ad affrontare, l’America non ci lascerebbe mai soli, così come noi invece regolarmente lasciamo sola l’America. E questo è il vallo della solitudine, del distacco, dell’amarezza, che si sta pronunciando, che questa ultima guerra ha acuito, perché credetemi: se c’è una globalizzazione vera nel mondo, è l’antiamericanismo, che è la parte – per me la peggiore – più diffusa della globalizzazione.

Un fatto nuovo e abbastanza terribile è che la globalizzazione dell’antiamericanismo  ha raggiunto gli americani stessi. Io ho visto una serie di trasmissioni su Fox il cui tema era: noi americani siamo diventati antiamericani? Qui, avete visto, si vende il ‘Manuale del perfetto idiota latino-americano’ , un libro famoso, la cui edizione italiana Valerio Riva e sua moglie hanno curato e integrato. Quel libro è secondo me la migliore enciclopedia di tutto ciò che succede specialmente nell’America Latina. Ma quello che succede nell’America latina nei confronti dell’America assomiglia sempre di più a quello che succede in Italia.

Prima di chiudere e lasciare la parola a Valerio, vorrei ricordare questo fatto banale: l’Antiamericanismo è diffuso in tutto il mondo, sta crescendo addirittura negli Stati Uniti d’America. Ogni tanto qualcuno dice: ma perché voi americani vi arrogate  il diritto di chiamarvi americani? ma non siamo americani anche noi messicani, guatemaltechi, noi canadesi? E  gli americani rispondono: sì, ma noi siamo stati i soli ad aver voluto nel nostro nome ‘America’, noi ci chiamiamo Stati Uniti d’America. Per cui questa querelle anche sul nome, su chi sia veramente americano e il fatto che gli americani degli Stati Uniti ci tengano ad essere considerati gli americani che hanno avuto l’orgoglio di mettere la parola America nel loro nome, è anche esso importante

L’antiamericanismo italiano ha però tre radici in più, che messe insieme formano un nervo tipicamente italiano. La prima è quella di un certo tipo di cattolicesimo, quello che poi si è espresso nella Teologia della Liberazione, del parroco sudamericano con il mitra che raggiunge la guerriglia, che sale la Sierra, che combatte anche con le armi e muore combattendo, il cattolicesimo per cui comunque il denaro non è la rappresentazione del valore e della fatica e della genialità del lavoro, della produzione della ricchezza dell’uomo, ma è sterco del diavolo perché è immaginato sempre come una rapina e non come una creazione di valore, il denaro non può essere mai buono, di qui il grande equivoco – perché Cristo aveva scritto che un filo entra più facilmente nella cruna di un ago – camelos, che vuol dire filo, non vuol dire cammello – ma certamente questa parte riguarda una delle anime del cattolicesimo italiano:

Poi c’è la radice fascista: Mussolini, dopo aver avuto un primo momento di curiosità per gli Stati Uniti, poi covò un profondo e sordo rancore verso gli americani, che lui disprezzava  profondamente (diceva: non sono un popolo, sono una popolazione). Scherzava sul fatto che fosse così pieno di negri e comunque l’atteggiamento del fascismo, anche prima della guerra, era che l’America voleva sì produrre film e patatine, ma era una popolazione incapace di portare fuori dai propri confini qualsiasi valore.

Infine il comunismo: il comunismo della guerra fredda, ma nella versione italiana il togliattismo, un antiamericanismo tagliente che poi è evoluto in quel tipo di finto americanismo - in verità profondamente antiamericano - alla Veltroni. Noi selezioniamo un’America che non esiste, e la chiamiamo l’altra America, l’altra giustizia, l’altra Italia, ecc. un’America che non c’è, questa America diciamo che è buona, e anzi andiamo a comprarci le camicie col bottoncino Madison Avenue per far vedere che portiamo quell’uniforme.

Ecco, queste tre caratteristiche, che sono tutte e tre molto italiane, costituiscono un’aggravante ulteriore dell’antiamericanismo, o meglio un pretesto, una somma di pretesti di pretesa natura etico-culturale. In realtà nascondono una volontà di sudditanza nei confronti della Francia, della Germania e fino a ieri  mattina della Russia.

E qui chiudo per ricordare che l’alleanza devo dire sentimentale, non parlo di alleanza militare, il sentirsi in cuor proprio alleati degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, della Spagna, dell’Irlanda, significa avere l’idea di un futuro aperto sui mari, sui commerci, sullo scambio della cultura, delle informazioni, delle lingue, su una parità, sul piacere della libertà. E invece il contrario  è l’antica idea di un futuro tutto di terra, un futuro che dalla Francia alla Germania si avventura verso le steppe e punta a Pechino, idealmente.

Qui devo dire che trovo che il nostro Presidente del Consiglio fece un’opera di grandissima qualità, per istinto, credo, quando contribuì molto a dissuadere Putin nel momento in cui Putin sembrava dover fare una scelta definitiva tra un’Europa volta ad Occidente, e un mondo russo,  volto, ecco l’altra grande tentazione russa, verso la Cina, la Manciuria e più in là verso il Giappone. Complessivamente poi la sua scelta è stata,  e speriamo che resti,  verso l’Occidente.

La scelta tra un futuro in cui anche un’America immaginaria, un’America dei sentimenti, un’America interna è il nostro obiettivo. Secondo me è  il futuro che coincide il più largamente possibile con quello che si può immaginare per il futuro il desiderio dell’uomo: un’America di terra volta verso la Francia, la Germania e le steppe. Ma è un ritorno a dei richiami che sono quelli che hanno finora azzoppato e frenato e reso barbara l’Europa. Ricordiamoci che gli Americani sono Europei, tutti, che hanno la memoria dell’Europa, tutti, hanno una nonna, una madre, una zia, una famiglia, i dialetti di ogni nazione. I suoi  mangiari, i sui odori sono l’Europa, non esiste un’America distaccata e nemica dell’Europa, un’America che veste delle uniformi, che suona delle fanfare a noi sconosciute: questi sono elementi di barbarie che si autoalimentano e che vengono alimentati nei nostri paesi. 

Qualcosa di nuovo sta nascendo in Italia in questo senso, ma è un cammino lungo e profondo, non facile, perché è un cammino fatto di profonde resistenze interne. Noi veniamo da una lunga e profonda stagione di antiamericanismo. Non dobbiamo diventare gli schiavi dell’America, gli imitatori, scimmiottatori dell’America, fare finta di parlare americano. Si tratta di essere noi stessi, e quindi di dedicare allo sviluppo della cultura e della ricchezza dei nostri paesi, in particolare dell’Italia, gli stessi strumenti di libertà, la stessa legittimità della libertà e del diritto alla vita e alla felicità che ci viene da quella grande nazione  che sono gli Stati Uniti d’America.