Intervento di Mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino - Montefeltro

Al convegno  Le ragioni della democrazia

Bologna, Sala della Traslazione  - Convento di san Domenico – 31 marzo 2007

 

“… Il dialogo nasce dalla convinzione. La violenza nasce dall’assenza di convinzioni…”

 

 

“Qui sta già cominciando il futuro. O forse sarebbe meglio dire che il passato finisce.  Il passato totalitario che, con buona pace di tutti, prima di essere islamico, è stato occidentale.

E prima di essere islamico è stato il totalitarismo dell’illuminismo, portato deviatamente alle estreme e tragiche conseguenze nei grandi sistemi totalitari di destra o di sinistra.

Vorrei svolgere brevemente tre punti.

1) La democrazia è la regolamentazione della vita del popolo. Quindi il soggetto della democrazia è il popolo che deve essere messo in grado i vivere in modo integrale la propria identità. E quindi la propria cultura, le opzioni fondamentali in cui si riconosce. E sprigionare da questa cultura  posseduta, qualunque essa sia,  l’energia intellettuale e morale e la capacità di creatività di cui è  la fonte.

La democrazia custodisce  e promuove il popolo, non sostituisce il popolo. Non è una formula tecnica che sostituisce il popolo. E’ quell’ethos, diceva Platone, che consente al popolo di essere custodito, e di essere educato. Questo non è il nuovo, è l’antico. Questa era la democrazia quando non si parlava di democrazia. Questa è la democrazia che vibra nelle pagine di san Tommaso d’Aquino. Ma questa è la democrazia che vibra in tante pagine della grande filosofia greca (non in tutte perché poi anche la filosofia greca di piega a un interesse di tipo totalitario). Questa vibra certamente nel grande profetismo ebraico, ecco perché Benedetto XVI ci ha riproposto l’Occidente, la più grande civiltà di tutti i tempi. Ce l’ha proposta in questa sinergia straordinaria di interrogare greco,  di domandare greco. Il profetismo ebraico è la certezza della fede cristiana, una sinergia che non si può rompere perché altrimenti anche i singoli fatti di questa sinergia ne risulterebbero gravemente compromessi. La democrazia è dunque la cura della vita del popolo.

2) Vorrei dopo aver dato questa definizione cercare di farvi vedere in che senso dobbiamo uscire da un concetto di democrazia che è prevalso fino ad oggi e avviarci in un itineriario che può aiutarci a costruire o ricostruire quello vero.

La democrazia dell’età moderna è il tentativo di incentrare tutto sull’individuo caratterizzato da una enorme capacità intellettuale, morale e tecnologica, e quindi sulla creazione di una società perfetta, di una società che, come volevano i giacobini francesi, doveva essere in grado di assicurare la felicità ai sudditi.

La novità della Dichiarazione dei diritti della Rivoluzione francese non sta tanto nei principi della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità, che sono la quintessenza delle grandi culture della tradizione, compresa della tradizione laica. La novità è una novità inquietante: lo Stato deve assicurare la felicità ai sudditi. Così mentre scoprivano  la cittadinanza, i cittadini erano retrocessi a sudditi, come non era mai accaduti nei secoli precedenti.

Allora la democrazia diventa una aggettivazione. Non c’è stato nessun totalitarismo che non si sia detto democratico. C’era la democrazia del nazifascismo e nessuno poteva dire che non fossero democratici anche perché una certa parte di questi totalitarismi sono  arrivati democraticamente al potere. La democrazia ha aggettivato i totalitarismi. Cioè la democrazia è servita ai totalitarismi per prendere forza, per realizzare il grande progetto dell’omologazione dei popoli sulle strutture istituzionali, prime fra tutte lo Stato.  Lo Stato è tutto, è l’insieme di tutti i valori etici. E’ l’unico grand soggetto etico che esiste nella storia. Per questo una volta che si sia pensato lo Stato in modo rigorosamente filosofico, o rigorosamente sociologico, o rigorosamente tecnologico, non esiste nessuna possibilità di dissenso. Perché lo Stato, diceva Tommaso Hobbes, è l’uscita dall’inferno per entrare nel paradiso. Allora la democrazia è diventata un’aggettivazione al servizio di un potere  che la precedeva e la utilizzava.

Ma anche la democrazia di oggi, quella imperfezione che è stata così acutamente introdotta da Dario Fertilio, è una democrazia totalmente o soltanto procedurale, che serve il totalitarismo di oggi che non marcia più al passo dell’oca, che non ha più le bandiere brune o le camicie rosse, ma può avere ancora i suoi gulags, perché può essere che la società tenda a diventare un gulag.o la gente essere trattata come gente che abita nei gulag. Come dire? C’è questo impero tecno-scientifico - per usare ancora un’espressione cara a Benedetto XVI - c’è questo impero tecno-scientifico per cui l’uomo è oggetto di manipolazioni scientifiche, non più  dell’ideologia socio-politica, ma dell’ideologia tecno-scientifica, per cui è  la scienza che decide  quando l’uomo nasce, se nasce, come deve essere curato, come deve essere accanito, come deve essere non accanito, come deve essere facilitata la sua uscita dalla storia.

Ora la democrazia è procedurale, la democrazia che affida ai magistrati di decidere il destino della vita. La democrazia che affida alle maggioranze e alle minoranze non la votazione di leggi operative, ma leggi etiche; si pretende cioè di dare valore etico alle leggi. Le leggi possono essere votate a maggioranza, diceva Giovanni Paolo II nell’Evangelium Vitae, ma se sono intrinsecamente contraddittorie, o contrarie alla natura, anche se hanno ricevuto il riconoscimento democratico non diventano buone. Sono leggi sbagliate che vincolano, ma rimangono sbagliate.

Ecco, noi assistiamo, quando parliamo di democrazia, a questa oscillazione che tende ad avere nostalgia del passato. La democrazia aggettiva un potere e il potere ha celebrato il suo trionfo negli ultimi due secoli attraverso l’orribile figura della manipolazione. I padri del Concilio ecumenico Vaticano II nella Gaudium et Spes hanno scritto  una frase bruciante, “dove manca il senso di Dio” -  io direi dove manca il senso del mistero,  così laici e cattolici su questo punto di partenza sono assolutamente uguali - “l’uomo diventa spesso particella di materia o cittadino anonimo della città umana”. Questa è la democrazia che non è democrazia, ma aggettivazione di una struttura di potere, sociale politico economico, o anche soltanto generalmente ideologico, massmediatico.

3) Allora, terzo ed ultimo passaggio: qual è l’itinerario che vivo e vedo vivere accanto a me in questi amici e in tanti altri amici? Per questo oggi è una promessa, un seme che contiene una grande promessa. Dobbiamo ripartire dal soggetto della democrazia. Il soggetto della democrazia è un popolo. ma un popolo è un popolo perché è una realtà di persone. Perciò dobbiamo tornare alla radicale indisponibilità della persona umana a qualsiasi altra istanza che non sia quella del mistero che in qualche modo l’ha prodotta e generata.

La persona è fatta a immagine e somiglianza di Dio - ed è la Bibbia, la Bibbia prima ancora che la rivelazione cristiana, che ci mette dentro questa grande verità. Questo uomo sta di fronte a Dio, che Dio si mette di fronte e rispetta integralmente nella sua libertà. Dio che è la verità ha amato più la libertà dell’uomo che la propria verità, e ha accettato di essere sfidato dalla libertà dell’uomo fino alla libertà del peccato, che è una libertà negativa ma è pur sempre una libertà.

Allora la persona, nel suo movimento verso il mistero, nel suo movimento verso la conoscenza del senso profondo della vita, quell’itinerario che va verso il vero, il bene, il bello e il giusto - per richiamare qui Agostino e la sua straordinaria descrizione di questo movimento dell’uomo verso il mistero, questo essere dell’uomo immediatamente oltre se stesso, come diceva Pascal -  l’uomo supera infinitamente l’uomo.

Dobbiamo ripartire di qui. Dobbiamo sentirci persone e vivere la nostra personalità nella sua ultima e irripetibile originalità. Questo essere della persona di fronte al mistero fa nascere la società. La societas nasce dal senso del mistero. La societas non nasce semplicemente dalla razionalizzazione dei bisogni culturali, psicologici, affettivi,  sessuali e quant’altro, la societas nasce dal senso del mistero. L’uomo e la donna si associano perché sono l’uno per l’altro segno del mistero. Perché sono l’uno per l’altro possibilità di un cammino verso il senso profondo della vita, lo diceva Shakespeare, lo faceva dire a Romeo: “Mostrami un'amante nel dramma umano, che è comune a tutte le culture, a tutte le religioni, mostrami un’amante che sia pur bellissima;  a che servirà la sua bellezza, se non come un segno dove legga il nome di colei che di quella bellissima è la più bella?                     L’uomo non ha bisogno della donna, l’uomo cerca nella donna un aiuto per amare Dio, per conoscere Dio. La donna non ha bisogno dell’uomo nel senso deviato e massificato con cui il massmedia fa passare oggi l’idea di amore, amore fisico. L’uomo ha bisogno della donna e la donna dell’uomo per stare veramente di fronte al mistero e per assumersi le proprie responsabilità di fronte al mistero. Questo io credo sia l’itinerario: dalla persona alla famiglia, dalla famiglia alla crescita di realtà associative che formano un popolo. E un popolo si dà una cultura, scopre necessariamente alla sua base una cultura che lo radica nella tradizione, che lo rende acutamente presente e lo spalanca al futuro.

Le culture sono diverse, ma tutte ineriscono, diceva Giovanni Paolo II nell’Allocuzione all’UNESCO del 1 giugno 1980, a una cultura primaria e fondamentale nel quale l’uomo esprime la sua identità.

Questo è l’itineriario che dobbiamo fare.

Nella diversità delle accentuazioni culturali, noi dobbiamo aiutare noi stessi e i nostri amici uomini a percorrere il cammino che va dalla persona alle famiglia e dalla famiglia al popolo, e che quindi chiede alle istituzioni non di sostituire né persone, né famiglia, né popolo, ma sussidiare la persona la famiglia e il popolo.  L’istituzione non nasce come soggetto, nasce come rete di sussidi,  e il principio di sussidiarietà è certamente il modo piu impegnativo in cui l’istituzione è sfidata. Deve servire quello che tomisticamente si chiamava il bene comune.

Allora permettetemi un’ultimissima osservazione.  Il problema della democrazia dipende dall’educazione. Bisogna che le varie culture abbiano la libertà di andare a fondo della propria identità, di possederne criticamente la struttura, di essere capaci di formulare una ragione adeguata della loro cultura che consenta di comunicare questa cultura agli altri.  

Allora nasce il dialogo.

Il dialogo nasce dalla convinzione. La violenza nasce dall’assenza di convinzioni. Non si è fondamentalisti, non si è violenti perché si hanno troppo ragioni. Aristotele diceva: si chiede alle mani quello che non si può  avere dalla ragione. Il dialogo fiorisce su un costume dialogico che è sostenuto e realizzato pienamente dalla libertà di educazione.

Un popolo come il nostro che a 150 anni quasi dalla sua cosiddetta unità nazionale non si è ancora visto riconoscere dei diritti fondamentali della persone e della famgilia come quello di un’autentica libertà di educazione, e quindi libertà di strutture educative, è un popolo che rimane aperto alla possibilità di un degrado di tipo totalitario.

Il mio grande e indimentciato maestro Mons. Giussani, quando io facevo il liceo, diceva alle istituzioni di allora, mandateci piuttosto in giro nudi ma non toglieteci la libertà di educazione. Il futuro che stiamo faticosamente costruendo, amici miei, e concludo, è un dialogo fra laici non laicisti e cristiani non clericali.

Il laicismo è una deriva della laicità, è un irrigidimento della laicità. Il laicismo è pregiudiziale, la laicità è comprensiva. La laicità vive di quell’uso largo della ragione di cui Benedetto XVI ha parlato a Regensburg. Il cristiano non clericale è quello che  non affida meccanicamente la sua fede  a nessuna forma di struttura o di istituzione storica se non all’unica che ha fissato Gesù Cristo, e che è la Chiesa, una realtà come disse Jean Guitton, una realtà estremamente agile e funzionale e che sa seguire tutti i passaggi della storia. E’ esattamente all’opposto di quello che viene comunemente immaginato, non c’è nessuna struttura che sia agile ai tempi della storia, come la Chiesa, nella sua struttura essenziale, non nelle sue articolazioni, che possono essere contingenti e tutte riformabili. Ecco, laici non laicisti e cristiani non tradizionalisti, cristiani non clericali, sono il futuro perché rimettono al centro la cultura, sulla cultura si ritrova la persona, si ritrova la famiglia, si ritrova l’articolazione sociale e soprattutto si vive quella realtà dell’educazione che è il fondamento della democrazia.

 

Vi ringrazio.