L’Italia ha un reddito medio pro-capite di circa 28-30mila dollari - o potremmo dire euro – all’anno. Se guardi le statistiche della banca mondiale vedi che al fondo della lista ci sono paesi in cui il reddito medio è di appena 60 dollari all’anno, 80-90 dollari all’anno, che devono bastare per tutto: cibo, salute, trasporto, sanità, scuola.. Com’è possibile? E’ un abisso.
Questo è il discorso che voglio fare questa sera, e vi preavviso che è un discorso molto controcorrente. I missionari hanno un’altra visione dell’abisso Nord-Sud rispetto a quella corrente, veramente un’altra visione.
Mi chiedeva prima la giornalista del Resto del Carlino: perché i missionari non parlano? Il motivo è semplicemente che i missionari non vengono interrogati. Io conosco un sacco di missionari che hanno passato 30-40-50 anni, 60 anni, in Bangladesh, in India, in Africa. Quando tornano in Italia hanno tante cose da dire, ma nessuno gliele chiede. Se qualcuno chiede qualcosa, è sulle adozioni internazionali: argomento bellissimo, ma su questa visione, niente.
Non è solo questione
di soldi; è l’uomo
il protagonista dello sviluppo
L’abisso di cui parlo non è solo un abisso economico, fra ricchi e poveri - se fosse solo economico sarebbe facile da risolvere: mandiamo un po’ di miliardi e non se ne parla più. Ma è un abisso culturale, è un abisso storico, è un abisso di mentalità, di costumi, di religione, è un abisso di strutture dello Stato, della famiglia, di monogamia / poligamia, ecc. ecc.
Allora per capire quello che dobbiamo fare, noi che siamo parte del Nord del mondo, dobbiamo capire che la situazione è complessa. Quello che manca nel Nord è una visione chiara, un’analisi del perché lo sviluppo è sottosviluppo. Vivendo in una società materialista come la nostra, economicista come la nostra, laicizzata, se volete, come la nostra, ci si riporta sempre al discorso dei soldi, soldi, soldi, soldi. Ma il Papa dice – e io gli sono stato molto vicino, perché mi ha chiamato (non certo per mia intelligenza). Quando ha fatto l’enciclica su questo tema, io l’ho proprio seguito: lui interrogava le chiese locali, i missionari sul posto. Al n. 58-59-60 dell’enciclica Redemptoris Missio, la Missione del Redentore, il Papa scrive:
‘lo
sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti
materiali, né dalle strutture
tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione della mentalità e dei costumi’.
Dunque non siamo più solo in campo economico, ma anche in altro campo: culturale, educativo, religioso. Poi continua:
‘perché
è l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica’.
Uno potrebbe dire: beh si capisce, lo sappiamo tutti che è l’uomo, è logico. Ma non lo diciamo mai, non lo studiamo mai, non lo consideriamo mai, nel cercare la soluzione al tema ‘che cosa possiamo fare’.
L’anno scorso a Genova, nel mese di luglio, ricordate il G8 a Genova, la famosa zona rossa, la polizia, i militari, e fuori 150-200 mila no-global; bene anch’io ero là, perché il mio istituto, il Pontificio Istituto Missioni Estere, guarda caso ha una casa proprio vicino allo Stadio Carlini dove alloggiavano in tende molti di questi ragazzi, ero proprio lì vicino. (Poi se volete potete vedere in questo libro una più completa esposizione di quanto dico stasera: ‘Davide e Golia, i cattolici e la sfida della globalizzazione’, stampato dalla San Paolo). Ero lì e sono andato due volte allo Stadio a parlare con questi ragazzi, al pomeriggio e alla sera. La prima sera, quando sono arrivato, ho fatto anche una conferenza, mi faceva rabbia pensare che all’interno del G8, gli 8 grandi del mondo discutevano il tema di questa sera: “cosa possiamo fare per aiutare i popoli del Sud?” e parlavano solo di soldi: aiuti, finanziamenti, debito estero, prezzi, materie prime… soldi, soldi. A me faceva rabbia. Ma mi faceva ancora più rabbia pensare che all’esterno, nelle associazioni, anche cattoliche, dei no-global, anche là parlavano solo di soldi.
Ma allora, sbaglia il Papa quando dice che lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente dal denaro, né dagli aiuti tecniche, né dalle strutture… bensì dalla formazione delle coscienze…?
O sbaglia il Papa, o sbaglia tutta questa gente qui. Io sono convinto che sbagliano loro. Il Papa non dice queste cose tanto per dire, le dice come esperienza secolare. Notate che in Italia oggi abbiamo 17 mila missionari e missionarie nei paesi poveri, che ci spendono la vita, non sono là per solo un mese, o due o tre. E sono in quei paesi da ben prima che nascesse l’ONU o la FAO o la Banca Mondiale, ben prima, secoli prima. Per esempio, io vengo da un istituto di Milano che si chiama PIME, Pontificio Istituto Missioni Estere, fondato nel 1850: è da un secolo e mezzo che mandiamo missionari in tutto il mondo: missionari, volontari, laici. C’è un’esperienza alle spalle.
Veniamo al concreto: cosa fare per aiutare questi popoli? Dobbiamo dire anzitutto che poiché finora non c’è stata un’analisi precisa, la risposta esatta non esiste, non esiste una risposta chiara e univoca a questa domanda. Il Nord del mondo tenta da 40 anni a questa parte di darvi una risposta, perché il problema Nord-Sud nasce concretamente nel 1960. Fu nel 1960 infatti che la FAO lanciò la prima campagna mondiale contro la fame e l’anno dopo, nel 1961, John Kennedy lanciava per l’ONU il primo “decennio per lo sviluppo”, cioè i primi 10 anni in cui il mondo ricco, il Nord del mondo, dietro a queste campagne contro la fame, si impegnava ad aiutare i poveri.
Allora, nel primo decennio per lo sviluppo, 1960-70, il mondo ricco dava una lettura di radice liberal-capitalista al sottosviluppo, ovvero alla domanda: perché sono poveri? perché noi abbiamo i soldi e loro non li hanno? perché noi abbiamo le macchine e loro no? perché noi abbiamo i commerci e loro no?…” E la soluzione era: portiamo finanziamenti, macchine ecc.
Ma dopo dieci anni (e vado molto rapidamente, potrei raccontare cose molto più precise, ma il tempo regola la serata), alla fine degli’60, si è visto chiaramente dai casi concreti dei singoli paesi che i soldi non procurano sviluppo. Infatti, ecco quello che diceva il Papa: “lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dalle strutture tecniche…”
Non fatemi dire che non ci vuole il denaro: il denaro ci vuole, ma a chi sa usarlo! Ma se tu ti trovi davanti a popoli che non hanno ancora questa dinamica della produzione, della imprenditorialità, il denaro causa solo corruzione.
Guardate, io ho girato il mondo e quando parlo di Sud questa sera parlo soprattutto di Africa, Africa nera. Secondo i dati della Banca mondiale nel decennio 1992-2001, e anche in quest’anno 2002, l’unico continente povero che è andato indietro è l’Africa nera. Tutti gli altri sono avanzati: sia l’Asia del Sud-Est, sia l’Asia Orientale, sia l’America Latina. Io ho girato le capitali dell’Africa nera, quasi tutte. Ovunque, eccetto il Sud Africa, trovate il quartiere industriale. L’ultimo viaggio che ho fatto, due anni fa, in Guinea-Bissau, andando dall’aeroporto alla città vedo un cartellone che indica: ‘Quartiere industriale’. Il giorno dopo i missionari mi hanno portato a vederlo: 16 industrie costruite nel 1976-77-78 dalla Banca mondiale dei paesi occidentali, ma nessuna che funzioni, nessuna. Sono là, saccheggiate. L’Italia ha fatto un mulino grandioso che può lavorare credo 400 mila tonnellate al giorno, una cifra enorme. Inutilmente. Perché?
Ma perché manca l’elettricità, mancano i tecnici, mancano le strade, mancano le materie prime, manca la mentalità del dover lavorare a tempo debito. L’africano lavora molto quando è in necessità, ma andare tutti i giorni alla tal ora per lui non ha senso: questa è una mentalità che viene, a poco a poco.
E non è inferiorità, gli uomini hanno tutti le stesse potenzialità. Io dico sempre questo perché poi non vorrei passare per razzista. Quando studiavo all’Università a Roma, ero già prete, nel ’54-55 e avevo con me tanti studenti preti di tutte le parti del mondo. I primi della classe erano sempre gli africani e gli indiani. L’africano, quando viene messo in una situazione in cui mangia a sufficienza, in cui è curato, in cui è stimolato, è giovane, vivo, intelligente… Gli ultimi della classe erano gli americani, che invece di studiare andavano a fare nuoto, a giocare a pallacanestro.
E’ l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica. Il problema è infatti che l’Africa nera produce troppo poco per l’aumento di popolazione. Nel 1960: l’Africa aveva 280 milioni di abitanti ed esportava cibo. Era il primo anno dell’indipendenza. Nel 2000: l’Africa ha superato gli 800 milioni di abitanti e importa il 30% del cibo che consuma.
Questo è inevitabile, perché la popolazione aumenta, mentre l’agricoltura tradizionale rimane quella, perché in Africa non c’è stata educazione, non c’è stata scuola, non ci sono strade, non c’è assistenza al contadino, non c’è sanità.
Vedete, la famosa vicenda dell’AIDS: l’AIDS si cura se c’è sul territorio una struttura sanitaria che dà le medicine. Ma in qualunque paese dell’Africa nera in cui voi andiate, escluso il caso del Sud Africa, che è un altro mondo, non esiste struttura sanitaria. C’è solo nelle città, per le classi ricche.
Negli anni ’70 viene fuori un’altra lettura del sottosviluppo: “Perché poveri?” Una lettura non più di natura liberal-capitalista, ma di natura marxista-rivoluzionaria.
Perché poveri? Perché sfruttati.
Siamo all’opposto: sono poveri perché sono sfruttati, colonizzati, neocolonizzati: le multinazionali, le rapine, ecc. Anche questa lettura si è rivelata sbagliata nel corso di 10 anni, perché il mondo cammina in fretta. Mentre all’inizio degli anni’ 70, nel 1968, c’era il grande mito dei paesi che avevano fatto la guerriglia di liberazione, Fidel Castro, Mao Tse Tung, la guerra del Vietnam (io ho fatto sette anni in Vietnam come giornalista missionario, dal ’67 al ’73), il socialismo, ecc. Ma nel 1976 tutti si erano ormai accorti dell’errore, e il Presidente della Cina Deng Xiao Ping, un mese dopo la morte di Mao, ha dichiarato apertamente: ‘La Cina deve recuperare 30 anni nel cammino per lo sviluppo’.
Ma come? Ma se prima tutti – i giornali, i partiti – dicevano che Mao era il liberatore della Cina? Quando è morto Mao c’erano pagine e pagine sul liberatore della Cina: dittatore sì, però dava a tutti una ciotola di riso, questo era il ragionamento. Ma non era vero! Semplicemente non era vero!
E Deng Xiao Ping seguitava poi ad enumerare che nel “Grande balzo in avanti” c’erano stati 12 milioni di morti di fame, nella Rivoluzione culturale c’erano stati 8 milioni di morti …
E allora?
Com’è difficile arrivare ad una risposta alla domanda ‘cosa possiamo fare’!
Gli anni ‘60 e ’70 erano stati dunque anni di delusione in questo cammino del mondo ricco, del Nord del mondo, teso ad aiutare quello povero. Poi negli anni ’80 è venuta alla luce un’altra lettura del sottosviluppo e dello sviluppo, non più liberal-capitalista, né marxista-rivoluzionaria, ma educativa-culturale-religiosa. Si diceva: è l’uomo il protagonista dello sviluppo. Lo sviluppo viene dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione della mentalità e dei costumi. I popoli per crescere hanno bisogno di un’educazione, di un inserimento di costumi ecc.
Sono 50 anni che faccio questo lavoro, quindi ho seguito tutti gli studi, tutti i contratti internazionali, e ho visto come dagli anni ’80 è cambiata la prospettiva. Non ce ne accorgiamo ancora a livello di opinione pubblica, perché siamo ancora dominati dalla mentalità materialista, ma il mondo cambia.
Pensate per esempio ai famosi accordi di Lomè nel 1974: i paesi della Comunità Europea di quel tempo, che se non sbaglio erano 12 o 14, hanno firmato a Lomè, capitale del Togo, gli accordi con i paesi ACP (Africa, Caraibi, Pacifico), i paesi più poveri che erano stati colonizzati dall’Europa. E ogni 4 anni questi accordi venivano rinnovati per il contributo dei paesi della Comunità Europea. Questi paesi ACP prima erano 28-30 e adesso sono 64, perché molti hanno voluto inserirsi.
I primi contratti del 1974, 1978, 1982 (io li ho, alla Biblioteca del PIME) parlano unicamente di soldi, di finanze, di prezzi di materie prime, di commerci). Ma dal 1982-86 in avanti cambia la prospettiva, entra la cultura, entra l’educazione, entrano gli scambi culturali, il dialogo culturale e religioso.
Ma come, parlando dello sviluppo voi parlate di dialogo delle culture, ma cosa c’entra? C’entra sì. Nel 1987 l’UNESCO ha lanciato una campagna decennale sul tema “Cultura e Sviluppo”. L’UNESCO, secondo me, è un grande organismo dell’ONU, che ha avuto anche dei momenti di sbandamento, politicizzati, ma ha fatto delle grandi cose.
Ricordo che la prima campagna, se non sbaglio degli anni ’56-’66 - ho fatto parte anch’io di quei comitati – era stata sul tema ‘Oriente-Occidente’, che allora erano due blocchi (non l’Oriente inteso come Unione Sovietica: ma l’Oriente dei buddisti ecc, e l’Occidente per così dire cristiano). C’erano stati degli studi bellissimi, e La Pira negli anni ‘50 su questi temi aveva fatto 4 o 5 incontri sulle culture per lo sviluppo dei popoli, a Firenze.
Poi questo tema è scomparso, e negli anni ’80 è rinato. Il 4 giugno 1980 il Papa Giovanni Paolo II ha tenuto un discorso all’UNESCO, da cui è nata poi la campagna sul tema “Cultura e Sviluppo”. Il Papa ha detto delle cose per quel tempo formidabili. Diceva: gli uomini nascono tutti uguali alla nascita, neri, gialli, bianchi, non ha alcuna importanza, tutti uguali, però la cultura li rende diversi. La cultura vuol dire tutto quello che uno impara dalla nascita in avanti: la lingua, il cibo, il modo di nutrirsi, il rapporto con la donna, con l’uomo, con la natura, con l’universo, con Dio, ecc.
Il Papa diceva, proprio in rapporto alla cultura, che il tesoro di una civiltà, di un popolo, deve evolversi, deve cambiare, sempre rispettando i valori, per umanizzarsi. Questa è la nuova lettura del sottosviluppo e dello sviluppo: non più un problema di soldi e di macchine, non più un problema di guerriglie di liberazione o anticapitalismo - anche se, beninteso, è anche un problema di soldi e di macchine, e anche problema di liberarsi dalle ingiustizie internazionali, ma primariamente non è questo.
Se noi vogliamo veramente aiutare i popoli poveri, i nostri fratelli, dobbiamo capire bene la profondità di questo abisso Nord-Sud. E il nostro cammino a poco a poco ha portato il mondo ricco a capire – e poi la storia lo ha dimostrato vero – qual è il peso che gioca la cultura e l’educazione nel promuovere lo sviluppo del popolo.
Vi porto un esempio molto concreto e molto positivo: sono stato molte volte in India, perché noi del PIME da un secolo e mezzo mandiamo missionari in tante diocesi dell’India. Cito come modello questo Paese, perché l’India è partita da un livello molto basso di sviluppo, e oggi è il paese-modello per me. Questo perché ha mantenuto la democrazia, perché è pacifico, non ha mai aggredito nessuno, e ha privilegiato fin dall’inizio, con i grandi governanti dell’India - Nehru, Gandhi, Indira Gandhi - le classi povere, i contadini, i paria, le regioni più abbandonate. E ha portato le strade, la scuola, la sanità, ha dato libertà economica.
Una statistica che dice tutto, una statistica del governo indiano che dice che dal 1947, quando è diventata indipendente, al 1997, la popolazione indiana è cresciuta in media ogni anno del 2,1%. E’ passata quindi in 50 anni da circa 380-400 milioni a 1 miliardo di abitanti: un aumento del 2,1% all’anno. Ma l’agricoltura indiana, questo è il punto, dal ’47 al ’97 è aumentata del 3,5% all’anno perché ha privilegiato l’assistenza ai poveri, agli agricoltori, ai piccoli, perché ha preso tutte le tecniche, le strutture.
Io viaggio in India, ripeto, da 45 anni e vado molto spesso nello stato di Andra-Pradesh, lo stato del Bengala, dove si vedono dei progressi, lo dicono i nostri missionari che vivono lì da 30-40 anni: non si riconosce più, l’India.
Mentre in India aumentava la popolazione, ma di più aumentava l’agricoltura, in Africa aumentava la popolazione e diminuiva l’agricoltura. Qualche anno fa sono andato in Tanzania, chiamato dai missionari della Consolata a predicare gli esercizi. Ho chiesto a un loro missionario che era in Tanzania da 32 anni: dimmi tu, secondo la tua esperienza, quali sono i pilastri del sottosviluppo africano? “Te lo dico subito, sono quattro: ignoranza, fatalismo, governi corrotti e guerre.
Mancano le scuole, c’è analfabetismo, va a scuola il 20% delle ragazze, ma sono scuolette elementari in cui trovate classi con 70-80-100 bambini. Cosa valgono quelle scuole lì? C’è ignoranza. e non hanno mica colpa loro, è il loro governo che non li aiuta.
Il fatalismo si accompagna alla credenza negli spiriti. Vedete, questi sono discorsi che non si fanno mai, per cui non è facile dirlo in due parole. La credenza negli spiriti crea nell’uomo uno stato di insicurezza. C’è stato un medico italiano nel Benin che diceva: guarda, si parla molto delle cure dell’AIDS con medicinali a basso prezzo…. sì, se arrivano fanno piacere. Ma qui non è il problema dei medicinali, il problema è che l’africano comune medio, a volte anche nelle classi ricche, quando ha un male fisico, che potrebbe essere l’AIDS, la prima cosa che pensa è che viene dal malocchio, viene dallo spirito, da qualcuno che gli ha fatto la fattura, per cui la prima soluzione non è andare dal medico.
Con un’associazione di aiuti all’Africa abbiamo fatto nel Benin un ospedaletto per la cura dell’AIDS, che dirige questo medico. Ma, dice, la gente viene da noi solo quando è agli stremi, quando hanno i primi malanni non vengono da noi, vanno a fare il sacrificio della gallina. Ma povera gente, non hanno mai avuto un’educazione, un’istruzione, una formazione di mentalità e di costume: questo è il problema.
Noi di queste cose non parliamo mai, o quasi mai, per cui non comprendiamo più. E pensiamo che la soluzione per la cura dell’AIDS sia mandare i medicinali gratis. La medicina dell’AIDS è difficile da dare, bisogna misurare ogni giorno la febbre, bisogna che bevano due litri di acqua pura al giorno, bisogna dare quella pillola, poi misurare, poi vedere. Io pure se avessi quella medicina, non la darei perché non sono in grado, e non c’è la struttura sanitaria sul territorio.
Voi vedete lo stacco che c’è fra il nostro tipo di mentalità e le soluzioni che noi pensiamo ottimali da una parte e la realtà concreta dall’altra. Io racconto sempre questo esempio concreto: vengo dalla provincia di Vercelli, produttrice di riso. Sono nato in un paesino della provincia di Vercelli, tra le risaie, i pioppi, i canali; negli anni ’30, quand’ero ragazzo, alla sera arrivavano i moscerini dalle risaie… Bene negli anni ’30 a Vercelli producevamo 30 quintali di riso all’ettaro, lo ricordo io e lo ricordano i miei fratelli. Oggi Vercelli produce 75-80 quintali di riso all’ettaro.
Quando vai in Africa vedi molte risaie, perché il riso è il cibo base. Quanto producete di riso all’ettaro? 4 quintali. Ma come? Non è possibile, noi a Vercelli abbiamo le macchine che livellano il terreno col raggio laser. In Africa, il pover’uomo si spacca la schiena con la sua zappetta, fa il buco, lascia cadere il seme, lo pesta col piede e buonanotte. Come si fa a coltivare?
Ma chi va ad educare? Questo è il problema. Quando i governi danno il 2% dei bilanci all’agricoltura, l’1,5% alla sanità e il 30-35% ai militari, voi capite che è tutto un sistema…
Uno potrebbe dire: la corruzione c’è anche da noi, è un fenomeno che speriamo si estingua, ecc. Ma vedete, se un bilancio nazionale ha 100 e uno ruba 5, è grave, ma se uno ruba 80 o 90, siamo alla fine. C’è un abisso anche qui. E questo succede perché il popolo non è educato.
Come si fa ad avere un governo democratico, o passabilmente democratico e non corrotto, quando il popolo non è educato, come si fa? Quando il popolo è diviso, è analfabeta, non ha associazioni, sindacati, cooperative e i pochi sindacati che esistono in Africa - ricordatelo – sono tutti strumenti del governo. I sindacati nelle città sono quasi tutti strumenti del governo, del potere che ha bisogno di queste associazioni. Quindi è un ritardo storico-culturale, di mentalità che si vince con l’educazione.
Però non vorrei dare un’idea troppo pessimistica. Vi cito dati della Banca mondiale del gennaio 2002, quest’anno, pubblicati in due pagine molto belle del Sole 24ore del 21 gennaio 2002.
Dal 1980 al 2000, venti anni, la popolazione mondiale che vive sotto il livello minimo di sussistenza è passata dal 30% del 1980 al 20% del 2000. Siamo passati da 1,4 miliardi di persone a 1,2 miliardi. Sono sempre tantissime, per carità, ma comunque non vorrei dare un’impressione troppo pessimista del cammino dei popoli. Io per natura sono ottimista, per fede sono ottimista, ma soprattutto perché ho girato il mondo sono ottimista. Per esempio, dei segni molto positivi per l’Africa ci sono: la coscienza dei popoli è diversa da venti-trenta anni fa: anche i popoli più arretrati, meno educati hanno una coscienza dei loro diritti, dei loro doveri, e si impegnano. Purtroppo non hanno gli strumenti, la stampa libera, le cooperative, i sindacati, le associazioni ecc. e in molti paesi africani se non ci fossero le chiese cristiane, cattoliche e protestanti, non esisterebbe quasi nulla in fatto di coscienza del popolo, quasi nulla.
Il mondo va avanti, quindi, e anche i poveri diminuiscono. Però rimangono sempre una massa enorme di persone: ci sono 1 miliardo e 200 milioni di poveri nel Sud che vivono con meno di 1 dollaro al giorno.
Finisco con alcune proposte molto concrete. La prima cosa è questa: dobbiamo sentirci responsabili tutti, ma specialmente i giovani (e qui parlo dell’educazione dei giovani, perché la sfida è per loro, noi di una certa età la nostra vita l’abbiamo vissuta, ma sono i giovani che hanno questo grande ideale di raccogliere la sfida. Noi, non dico che siamo responsabili di questa situazione, la responsabilità l’ho detta: sta nella storia e nella cultura. Poi ci sono le colpe dell’Occidente. (Non c’è il tempo adesso, ma se uno mi fa la domanda gli elenco le colpe degli organismi dell’ONU, le colpe dei paesi occidentali, le colpe delle multinazionali, tanti esempi che abbiamo visto).
Quindi la prima cosa è sentirci responsabili. Quando la sera ci mettiamo davanti al televisore o leggiamo i giornali e vediamo quelle scene drammatiche, che io ho visto dal vivo tante volte, di popoli che muoiono, di profughi, di guerre, non possiamo solo dire ‘povera gente, devo fare un’offerta, devo fare un’adozione…’ no, tu sei responsabile, la tua vita è in gioco, tu soprattutto, giovane, sei responsabile.
E adesso dirò come.
Ma questo sentirsi responsabili.. lasciatemi raccontare un esempio, un fatto che mi ha colpito e molte volte mi torna alla mente. Nel 1985 il giornale per cui lavoravo mi ha mandato in Burkina Faso, Mali, Niger, Ciad. Era l’anno della grande siccità dell’Africa, sotto il deserto del Sahara, la fascia del Sahel. Di otto-nove paesi ne ho girati quattro-cinque. In quell’anno ho visto il Nord del Burkina Faso e del Mali abbandonato dalla gente, villaggi invasi dalla sabbia, gente che scappava, centinaia di persone coi cammelli, con gli asini verso il Sud dove c’era l’acqua, dove c’erano i campi profughi. Poi sono arrivato nelle missioni del Nord dove invece c’era una zona verde, perché lì i missionari avevano educato una grande zona, con due fattorie-scuola dove i missionari italiani della Sacra Famiglia di Torino erano là da 45-50 anni, e educavano i giovani e le ragazze a trattenere l’acqua, a coltivare, c’erano laghetti.. Non c’era acqua da nessun’altra parte, lì invece era tutto verde. E quando sono andato poi nella capitale ho intervistato il ministro dell’agricoltura e gli ho detto ciò che avevo visto, mi ha detto: certo, quando vengono i ministri di altre nazioni per vedere, li portiamo in elicottero a vedere quella regione lì, per mostrare cosa si può fare, perché lì hanno educato la gente. E perché voi non li avete educati? Ma come si fa… Una mattina, in una di queste fattorie, alle 5-6 di mattina – lì ci si alza presto - andavamo in chiesa per la messa attraversando il cortile, io e due altri missionari, e dall’altra parte veniva una suora e i fedeli e abbiamo visto nel cortile della missione 4-5 uomini con una donna anziana che venivano verso di noi: Questa donna aveva un fagotto in braccio, era un povero bambino. Ci hanno detto di essere lì accampati, erano tuareg, nomadi. ‘Abbiamo perso tutto, è tutto secco, abbiamo perso gli animali. E’ morta la mamma di questo bambino da 8-10 giorni e anche il bambino sta morendo’. Allora abbiamo chiamato la suora infermiera, l’ha portato in infermeria, gli altri sono andati in chiesa, io sono andato a vedere. La suora ha spogliato questo bambino, l’ha lavato, l’ha frizionato, il bambino sembrava in coma, chissà? Ha tentato di dargli da bere ma il bambino non beveva, ha fatto alcune iniezioni di soluzione fisiologica, perché era troppo disidratato. Io mi sono trovato davanti a quel piccolo bambino nero che stava morendo e ho pensato e ho pregato: Signore, tu che sei padre di tutti gli uomini, tu che hai creato tutti gli uomini come figli e vuoi bene a tutti gli uomini in modo uguale, non vuoi più bene a me che a questo bambino che non è neanche un uomo. Ma perché Signore tu hai dato tanto a me, e non hai dato niente a questo bambino? Sta morendo davanti ai nostri occhi e non sappiamo cosa fare. E la risposta mi viene poi dal Vangelo: quello che hai ricevuto, l’hai ricevuto per dire ‘ama il prossimo tuo come te stesso’ , altro che fare l’offerta…. facciamo pure l’offerta, tutto è utile.
Perché dico questo? Dico questo perché la drammaticità dell’abisso tra Nord e Sud, la complessità di questo fenomeno che come dicevo non è solo economica, ma è: economica, tecnica, culturale, educativa, storica, ecc, chiama in causa il nostro modello di vita. Io faccio spesso, 2-3 volte l’anno, questo viaggio Nord-Sud Sud-Nord … E’ il modello di sviluppo che va cambiato.
Perché non si fa fare ai giovani, uomini e donne, un anno di servizio civile in Italia, o in Africa, o in India, o in Bangladesh, o nelle Filippine? Guardate che un anno passato con i poveri, naturalmente assistiti, curati, guidati, ecc, cambia la vita.
Noi abbiamo alla PIME a Milano un’associazione che si chiama Giovani e Missione. Formiamo in un anno, da settembre a giugno, 130-150 giovani e ragazze, dai 16 ai 25 anni. Tutti i mesi vengono a casa nostra una domenica, poi a giugno diamo loro la destinazione e vanno due mesi estivi a vivere in una missione dei poveri, dall’Amazzonia fino a Papua-Nuova Guinea. Questi ragazzi poi, quando ritornano a casa l’anno dopo, tornano da noi una volta al mese e raccontano le esperienze, e dicono quello che fanno nelle università, nelle scuole, nelle associazioni, nei gruppi.... questo cambia la vita.
Ultima cosa da dire, ci troviamo all’Università e io rispetto tutte le sensibilità, ma essendo sacerdote missionario e avendo visto il mondo, dico come ultima proposta che dobbiamo ritornare alla vita del Vangelo, dobbiamo ritornare a Gesù Cristo. E vi spiego perché. Non è per dire di convertirsi. E’ perché l’abisso tra Nord e Sud è così complesso, così difficile da risolvere, che se non c’è una motivazione religiosa profonda (ama il prossimo tuo come te stesso, siamo tutti figli dello stesso padre), non bastano le leggi, non basta l’economia. Quindi dobbiamo – e questo è un invito personale a tutti - dare grandi ideali ai giovani, e quindi riconvertirci alla vita secondo il vangelo. Se tutti fossero migliori cristiani forse l’abisso tra Nord e Sud sarebbe più facile da superare.
Intervento del Prof. Marco BONORA
Per quanto mi riguarda, di dottrina ne porterò poca, cercherò di portare un po’ di esperienza, anche se quello che ci ha trasmesso padre Gheddo questa sera è qualcosa che ci lascia molto riflessivi.
Io sono uno molto pratico, ho passato la mia vita a fare contratti in giro per il mondo, a vendere prodotti, a vendere tecnologia e a fare joint-ventures. E in 30 anni, di contratti ne ho fatti tanti e con tutti i paesi del mondo. Insegno anche Diritto industriale, perciò mi occupo molto di tecnologie e di evoluzione delle tecnologie.
Anch’io voglio fare come ha fatto padre Gheddo oggi: tracciare come si è evoluta la nostra realtà, dal dopoguerra ad oggi, per vederne lo sviluppo.
Indubbiamente la velocizzazione della tecnologia che abbiamo avuto negli ultimi anni una volta sarebbe stata inimmaginabile: con Internet siamo alla fantascienza.
Se noi abbiamo impiegato 40 anni per svilupparci, vediamo che ad esempio per fare il primo contratto che feci con i cinesi, e vendergli un po’ di macchine per fare i chiodi - perchè li facevano ancora uno per uno, a mano, negli anni ’75-’80 - ci misi due-tre anni. Ero sempre all’ambasciata cinese con l’addetto commerciale a bere del gran thè. Riuscii a fare questo contratto in un paio di anni o più perché l’uomo-Fiat in Cina era un amico che mi aveva aiutato a fare la tesi. A 24 anni era andato in Cina, erano lui e l’ambasciatore, viveva nell’unico albergo per stranieri che c’era a Pechino, facendo il bene della Roma-bene, e anche di più. Dopo sei mesi-un anno che era là i suoi capelli neri erano diventati tutti bianchi, perché viveva in questo albergo con topi grandi così e per sei mesi mi disse che non aveva mai dormito.
Disse: adesso andiamo a vedere Shanghai, e vediamo che assomiglia più a Seattle che a Chicago. Questo vuol dire che con l’evoluzione tecnologica, le cose stanno talmente cambiando, si stanno talmente velocizzando, che quello che sta succedendo nessuno lo sa.
L’altra sera, eravamo gli insegnanti senior al CDC, abbiamo fatto una cena, e c’era un professore americano, il maggior esperto di creatività – la creatività diventa asset, diventa qualcosa di commerciale. Io sono più abituato a maneggiare tecnologia, cioè beni materiali, ma più o meno è la stessa cosa .
La Cina credo che dovesse arrivare nel 2020 ad essere il primo paese manifatturiero al mondo, pare che fosse scritto sul Sole 24ore anche se ho letto solo il titolo, e invece ci è arrivata nel 2002. A detta di questo, che è della trading Benetton, la più grossa trading the abbiamo in Italia, nel 2010 sarebbero in grado di produrre tutto quello che serve al mondo.
Allora, cosa sta succedendo? Vediamo un po’ la comparazione con gli altri paesi.
Noi siamo un paese che si è molto evoluto: fino agli anni ’70, prendiamo Emilia Romagna e Veneto, abbiamo fatto i terzisti, nel ’70 abbiamo cominciato a vendere tecnologia, e negli anni ’80 abbiamo cominciato a fare le joint-ventures, cioè abbiamo democratizzato le imprese, le abbiamo internazionalizzate come diceva padre Gheddo. Gli anni ’90 sono stati anni di grande crisi, noi da dieci anni siamo piuttosto inchiodati e per le nuove generazioni e per noi papà che dobbiamo mantenerli, è diventato tutto estremamente difficoltoso. Indubbiamente il problema che ci si pone di fronte, il cambiamento di questo nostro mondo, vedendo cosa è riuscita a fare la Cina in una quindicina d’anni, è inimmaginabile. Come scenario, altri paesi – padre Gheddo parlava prima dell’India, che è un altro paese che assomiglia, anche con delle intelligenze inimmaginabili - si stanno evolvendo con una velocità incredibile, ma sono paesi di un miliardo e mezzo di persone.
Allora, quando noi abbiamo industrializzato Taiwan e le tigri d’Asia era una cosa. Adesso arrivano questi qua che quando fanno una fabbrica in Cina la fanno 1° volte, 2° volte più grande di come è fatta in Occidente, perché hanno un mercato enorme, ce ne sono 200-300 milioni che ormai consumano come noi, che sono al nostro livello, ma ce ne sono un altro miliardo e 200 che il motorino se lo vogliono comprare anche loro, che la casa se la vogliono aggiustare, che mangiano, ecc.
Perciò esistono questi mercati interni che stanno raggiungendo un volume di sviluppo che è inimmaginabile. Anche su questo indubbiamente della grande analisi non è stata fatta, non si sta proprio capendo dove stiamo andando.
Noi, invece, stiamo andando indietro in una maniera inverosimile. Come combinare il mio mestiere di chi fa contratti internazionali, abituato ad una tecnologia che deve trasformare il negativo in positivo? (e anch’io sento in positivo), cioè come riuscire a trasformare – vedendo questa evoluzione da nuovo scenario, che anche questa è un po’ come la globalizzazione – cioè che cosa succede, cosa sta succedendo, come possiamo noi portare il nostro contributo, come possiamo noi, anche come cattolici, cercare di affrontare questo problema di questa gente che muore, delle prostitute che sono schiave (una cosa totalmente inaccettabile e che abbiamo accettato in questi anni nelle nostre strade), come riuscire a trasformare il debito estero?
Io poi per puro caso mi sono occupato, e ho recuperato gli unici 26 milioni di dollari di debito estero, o di credito estero, italiano verso un paese africano, per un’impresa italiana, attirandomi anche – ricordo – le ire dei comboniani. E già da allora incominciai a studiare le problematiche del debito estero. Come il debito argentino attuale, quello che dà tante preoccupazioni a chi possiede un po’ di obbligazioni in Argentina, perché l’impoverimento degli ultimi anni, con la crisi del Nasdaq e il debito argentino in uno stato il quale ci sanguisuga il 75% di quello che produciamo, evidentemente sta diventando una situazione un po’ complessa, per questo la fatica nostra, noi avremmo delle energie da dedicare all’Africa, con l’evoluzione tecnologica riusciremmo a risolvere tanti problemi.
E anche col debito, perché il debito – e qui dirò una cosa molto strana - è la grande ricchezza di questi paesi, perché se il debito noi fossimo riusciti a rimetterlo in circolo, siccome l’Italia ha quasi centomila miliardi di credito estero, invece di donarli tout-court, che poi se li dividono i tre capetti locali e non si risolve assolutamente niente, ma rimetterli in circolo portando il resto indubbiamente questo trasformerebbe il debito da negativo a positivo. Allora una cosa che sembrava una cosa negativissima può diventare invece una cosa molto positiva. Questo è il problema, secondo me, della sfida delle nuove generazioni. Questo momento, poi, da grande depressione nostra (cioè momento di azioni argentine non pagate, o di borsa che va sotto terra ecc.) potrebbe essere una grande occasione per veramente condividere col resto del mondo e di rimescolarci, perché se non ci mescoliamo e non ci mescoliamo bene, tra un po’ diventiamo noi una colonia, cioè l’Europa coi suoi quattro o cinquecento milioni di abitanti. Rispetto alla Cina.. ci sono dei miei amici che hanno fatto una mappa del mondo mettendo un pitch ogni mille abitanti e si vede che noi europei siamo niente, la Russia è una sardina, la Cina è una cosa inimmaginabile, l’India un’altra cosa che non vi dico, ma anche il Bangladesh non è poco, e si vede perché tanti nostri negozi adesso siano tutti Bangladesh, quelli che vendono i giornali lungo le strade, mezza Piazzola siano Bangladesh e Cina ecc. Allora , forse noi abbiamo invece una grandissima opportunità. Vi dicevo che chi si occupa di contratti è un animale da soluzioni. Quando facciamo una joint-venture dobbiamo apparecchiare un tavolo in cui ad un certo momento i soggetti riescano a cooperare ed a cooperare bene, deve durare, non è un contratto tipo ‘io ti do una cosa e tu me ne dai un’altra e tutto finito’, no, qui dobbiamo lavorare insieme e per degli anni. Siccome io ne ho fatte circa 100-150 solo con i paesi dell’Est dopo la caduta del muro di Berlino, e ne ho fatte dall’India alla Cina, all’Africa, ecc., ecco, bisogna apparecchiare dei tavoli nuovi, con dei soggetti che abbiano buona volontà e che sono disponibili a mettere insieme un po’ di intelligenza, pur con tutte le difficoltà reali – e padre Gheddo indubbiamente ce le ha fatte vedere, chi si occupa di contratti come il sottoscritto ha uno spicchio, vede da un’angolazione, è abituato a lavorare con imprenditori, con chi controlla questi paesi. Ho visto anche dell’intelligenza. Mi ricorda che quando andai giù in Mozambico a Maputo e cominciai a spiegare al Ministro delle Finanze, che parlava guardando la partita di calcio, ad un certo momento – beh io odio lo sport, anche se ho una famiglia di sportivi – ad un certo momento dissi: ‘Guardi, per il debito si potrebbe fare questo e questo e questo…’ E questo mi risponde. Professore, questi qui sono sogni. – La mattina dopo, alle 8,30 mi telefona: ‘Professore, compriamo tutto il debito estero del Mozambico’. Beh, era un animale intelligente. Quindi cosa vuol dire? Che gli animali intelligenti, come diceva padre Gheddo, ci sono in tutto il mondo. Anzi, veniva uno studente che stasera non vedo, al corso serale di diritto industriale, il quale ha fatto la stessa sua analisi, una cosa stranissima, perché normalmente si ha una logica, invece, di reazione, cioè in questi paesi c’è una pruderie post-coloniale, come dico io, perché se invece si ragionasse in termini concreti per risolvere i problemi, sarebbe notevolmente più semplice. Però ho visto anche, ed è un’altra riflessione, che indubbiamente le vie del Signore sono infinite, ma ho visto cosa vuol dire non produrre più reddito. Noi abbiamo un’azienda agricola in Uruguay, e il Sud America lo conosco bene, come il Centro-Est-Europa. Ho visto cosa voglia dire un paese come l’Uruguay, che per 80 anni è stato forse il paese più ricco al mondo, democrazia, cultura di ottimo livello, un paio di Università cattoliche a Montevideo, quando però non si produce più reddito. Allora, esiste l’uomo, che indubbiamente dev’essere il centro del tutto, non si discute, esistono però le intelligenze, esistono le tecnologie, cioè il vero fattore di sviluppo è il know-how. Quando noi dagli anni ’70 incominciammo a venderlo in giro per il mondo, questo ha creato sviluppo, vuol dire che la Cina si è evoluta perché noi le abbiamo trasferito il know-how, la tecnologia, solo che sono tanto bravi che adesso è un grosso problema, anche perché la ceramica che ci portano qua ce la portano a un decimo del nostro prezzo, ci vendono al 40-60% meno del prezzo della materia prima, ma perché hanno un mercato da 1 miliardo 400 milioni che quello che portano in qua forse hanno preso già anche il 40% dei nostri importi. Forse si sposterà il traffico da Rotterdam ad Amburgo al Mediterraneo, però non lo faremo noi, lo farà qualcheduno che guarda più in là. Il nostro problema è vedere troppo vicino, noi non riusciamo – in questi dieci anni così faticosi – a vedere quelle che sono le vere problematiche, come la problematica del sottosviluppo. Indubbiamente bisogna mettere insieme degli ‘animali’, come li chiamo io, animali tecnologici, animali che hanno competenze diverse, che hanno vissuto sul campo e allora forse si riescono ad affrontare e risolvere determinati problemi. Per tornare al debito estero, che può essere un’esemplificazione, forse potrebbe essere trasformato donandolo, anche, ma gestendolo. Noi avevamo ipotizzato, ad esempio, per il Mozambico, di fare una fondazione: donavamo (è stato donato, ma male, anche se abbiamo una legge che non è nemmeno fatta malissimo, ma mi sembra che i risultati poi siano non… chi ha gestito non aveva la conoscenza .. ) e donandolo, facendo una fondazione con presidente il Presidente dello stato, prendendo le banche locali, quelle importanti e portando altri soldi, questi paesi hanno bisogno di altri soldi. Noi non abbiamo grosse possibilità, stiamo guardando le valenze che possiamo avere noi come realtà italiana o europea. Tutta l’elettronica tedesca sta andando in Cina o in India. Gli scenari stanno talmente cambiando e il fatto di avere messo persi determinati soldini è estremamente positivo, di non avere mai recuperato dei nostri 180 mila miliardi di credito estero che abbiamo è estremamente positivo e ci deve fare cambiare modo di vedere le cose, dobbiamo cercare di vedere lontano. Siamo tutti occupati coi nostri telefonini, vedi i giovani che telefonano alle tre di notte…il problema è riuscire a coinvolgere, questo è il nostro grande problema. Abbiamo dei rappresentanti di associazioni bolognesi , la sede di una o due ce l’ho anche in studio da me, però siamo delle associazioni di vecchi, bisogna che invece si attivino i giovani per coinvolgerli, per affrontare e risolvere questi problemi. Il mondo è globale ma è un fatto di sviluppo tecnologico, anzi con Internet, grazie ai finanziamenti dei militari americani ..l’evoluzione tecnologica si fa con tanto denaro, le multinazionali hanno determinate caratteristiche imperiali di un certo tipo, ma che ci danno anche determinati sintomi. Il fatto che le multinazionali e l’intelligenza se ne stia andando o se ne sia andati in questi ultimi dieci anni dall’Italia è altamente negativo, perché vuol dire che noi ci stiamo impoverendo in una maniera terribile dal punto di vista dell’intelligenza e noi possiamo sopravvivere solo con l’intelligenza e la tecnologia. Se questo lo coniughiamo o lo vediamo nell’ambito della globalizzazione, indubbiamente può portare a risultati invece estremamente positivi. Bisogna ragionare in termini di grandissima generosità. Il vero problema è scaricarci dalla nostra testa tutti i problemi che abbiamo, del quotidiano, che sono tutti falsi problemi. Il 75% del nostro modo di vivere sono falsi problemi. Avendo un apparato dello stato il quale ci sanguisuga il 75% di quello che produciamo, alla fine noi stiamo girando solo a vuoto. Invece il mondo reale, e indubbiamente quello che abbiamo di fronte e sta competendo con noi e col quale non riusciamo a competere, ed è la parte del mondo che indubbiamente avrebbe bisogno di noi, avrebbe bisogno delle nostre energie e questa sarebbe una grande possibilità, se noi riuscissimo a rimettere in circolo il debito estero ci sarebbe tanto da lavorare per i nostri giovani, e forse se mandiamo i nostri figli in Africa faremmo anche dei begli ospedali per curare l’Aids e insegneremmo anche agli altri a curarsi. Quindi forse l’importante è cominciare a ragionare in positivo e cercare di affrontare i problemi cercando di mettere insieme un po’ di intelligenza.
Questa faccenda di che cosa serva per lo sviluppo l’abbiamo sentito toccare da due angolature con due accenti diversi, ma rimane la questione ancora aperta. Chiederei al Prof. Marzo di fare un intervento anche per il suo punto di vista. Ricordo che insegna Macroeconomia, quindi ci spiegherà bene cosa vuol dire.
Prof. Massimiliano MARZO
Io sono l’economista del gruppo, per così dire. Io porterò una visione più “cinica”, lo dico subito, però voglio riportare un po’ tutti sulla realtà, su alcuni problemi. Gli economisti sono chiamati a risolverli i problemi. A volte si creano perché ci sono cattive politiche economiche, però dobbiamo risolvere i problemi con il cuore, questo è il punto fondamentale, però vanno risolti. Il medico che non incide una certa piaga, la rende verminosa e quindi porta alla cancrena. Questo è l’atteggiamento che dobbiamo avere noi.
Veniamo subito al dunque. Qual è il processo distintivo della globalizzazione? La globalizzazione non è un fenomeno nuovo, anzitutto, perché l’impero romano, se vogliamo, è la prima forma di globalizzazione nel mondo, cioè di espansione, di esportazione di cultura, e di creazione di una cultura globale. Altri esempi più recenti nella storia li vediamo nell’Esposizione internazionale dell’impero inglese, ai primi del secolo passato. La globalizzazione ha una caratteristica fondamentale, cioè oltre al grado di apertura delle singole economie nei confronti del mondo, quindi grado di importazioni, esportazioni eccetera, il punto fondamentale che la contraddistingue rispetto alle passate epoche storiche è la caduta, la riduzione progressiva del ruolo dello Stato.
In altre parole, spesso e volentieri le politiche economiche che sarebbero necessarie per poter mandare avanti un determinato Stato, un ordine economico nazionale, contrastano fondamentalmente con le regole del gioco economico mondiale. Gli esempi li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni.
Noi oggi vediamo che le economie sviluppate si trovano di fronte ad una situazione in cui abbiamo sistemi di welfare sempre più pesanti – e qui non sto a decidere se sia giusto o sbagliato, però la realtà è questa. Sistemi di welfare in crescita: pensioni, assistenza e così via. Per mantenerli abbiamo bisogno di tassare, avere una pressione fiscale che non può essere decrescente, o perlomeno fortemente decrescente, potrebbe essere decrescente solo marginalmente, e questo è in forte contrasto con quello che in realtà il mercato globale richiede: cioè una sorta di competizione internazionale sui luoghi della internazionalizzazione della produzione che si va a localizzare nei punti in cui la pressione fiscale è più bassa.
Questo è un problema, evidentemente ogni Stato si trova nella difficoltà più grossa per poter attrarre investimenti, e si innesca in molte situazioni una sorta di competizione fiscale. L’Europa è il primo esempio, attualmente, di competizione fiscale. Nessuno si sta mettendo d’accordo sulle varie aliquote fiscali, e questo è il primo problema della globalizzazione.
L’altro problema è il problema del lavoro, del mercato del lavoro, nel senso che le persone poco qualificate del Nord del mondo, i lavoratori non qualificati delle economia sviluppate, sono in diretta competizione con i lavoratori del Sud del mondo. L’esempio della Cina è il caso più classico, quindi i lavoratori che hanno poca qualificazione oggi vincono sul mercato globale perché possono produrre le merci a costi più bassi. Ecco perché la Cina (e dico Cina perché è stata citata, ma ci sono anche altri paesi) sta correndo velocemente, perché può produrre a costi molto bassi. Questo fa crescere il livello della povertà da noi, non da loro, perché se noi trasferiamo la produzione in questi paesi, quelli che da noi si trovano tagliati fuori da questo gioco non possono lavorare.
E infine il terzo problema. Si è parlato di tecnologie. Cina e India sono due fenomeni isolati, in quello che è stato detto, perché il problema della tecnologia, oggi, è diverso da quello che era 30 o 40 anni fa. 30-40 anni fa il problema della tecnologia era come saper guidare un trattore, un aratro. Oggi il problema della tecnologia è molto più complicato. Per poter gestire il raggio laser per i campi di riso ci vuole una competenza che,. nel mondo in via di sviluppo, nei paesi del sud del mondo, non esiste. Se io dono dei computer in Angola, chi è in grado in Angola di usarli? Questa è la vera domanda. Quindi oggi il progresso tecnologico, come si dice in inglese, non è più ‘disembedded’, cioè non è più disancorato dal bene che io do in regalo al paese del sud del mondo, ma è ‘embedded’ cioè è contenuto nel bene che io do in regalo. Questo crea una ulteriore fonte di disuguaglianza, sostanzialmente: quindi attenzione ai trasferimenti tecnologici, vanno fatti dove c’è terreno fertile. Perché Cina e India sono così avanti? Perché loro, e raccolgo quello che diceva don Gheddo giustamente, da decenni hanno attuato una politica molto intelligente di ‘esportazione e reimportazione di capitale umano’: cioè sono generazioni che giovani indiani e giovani cinesi vanno nei paesi più sviluppati, studiano e ritornano indietro avendo conoscenze tecnologiche fortissime. Così succede anche in Corea.
Quindi il vero trucco è qui, sono molto d’accordo sull’idea dell’educazione, ma è educazione che può essere effettuata solo qui. Credo pertanto che la vera sfida sia quella di creare dei programmi di interscambio culturale, cioè di attrarre queste persone nei paesi del mondo sviluppato, educarle e rispedirle là. Questo può essere fatto con l’aiuto dei governi locali: l’India lo fa da decenni e oggi si può trovare altissima tecnologia grazie a questo discorso. E ci sono molti programmi in questo senso. La Corea ha dato degli incentivi enormi per il rientro dei cervelli, che erano quasi tutti negli Stati Uniti e stanno ora rientrando, veramente un fenomeno incredibile.
Direi quindi che il vero punto per aiutare il Sud del mondo è quello di lavorare sulle specificità. Cioè ogni paese ha un suo punto di forza rispetto a un altro, quindi il vero problema è trovarlo e cercare di renderlo fertile. La tecnologia aiuta in questo senso.
Vorrei, tuttavia, fare un piccolo flash: sarei più attento riguardo al problema di una visione un po’ pauperista della situazione. Io condivido il messaggio di cercare di spogliarsi del superfluo, certamente è importante, però dobbiamo fare una grandissima attenzione: se noi oggi diciamo a noi stessi ‘riduciamo i nostri consumi perché così aiutiamo il Sud del mondo’, rischiamo non solo di fare del male a noi, il che sarebbe relativo, ma anche di fare del male a loro. Il problema non è il consumo, o il denaro, o la finanza in sé: il problema è l’uso che si fa delle cose.
Se noi riduciamo i consumi da noi, noi riduciamo le possibilità di crescita nostra nel futuro, quindi come possiamo poi, in un futuro in cui saremo più poveri, aiutare gli altri? Questa è una domanda fondamentale.
Io credo che in realtà dobbiamo fare qualcosa per inserire questi paesi, che sono il cosiddetto Sud del mondo, nel gioco economico mondiale, nelle decisioni economiche mondiali. E di questo si parla, ma non sufficientemente, perché il livello di integrazione di questi paesi nelle decisioni economiche mondiali è molto scarso.
Come fare? Una delle possibilità è quella di creare delle sorti di unioni, sul modello dell’Unione Europea se vogliamo, per alcuni di questi gruppi di paesi, e fare in modo che questi blocchi di paesi possano partecipare alle decisioni, diciamo a livello di WTO (World Trade Organization, Organizzazione mondiale del commercio), a livello di World Bank, e a livello di Fondo Monetario Internazionale, perché da questi organismi loro sono tagliati fuori. E’ questo il vero punto. Solo in questa maniera noi potremo promuovere un livello di integrazione graduale, ma necessario, perché questi paesi possano iniziare un percorso di sviluppo. Senza questi processi di integrazione non vedo una possibilità molto chiara.
Questo aiuta anche a individuare delle specificità del commercio ecc. Non si conoscono vie diverse, purtroppo, il modello di vita imposto dal sistema capitalista non è in sé né buono, né cattivo: è l’uso che si fa del sistema capitalista che può essere buono o cattivo, questo è il vero problema.
Allora per evitare un uso cattivo del sistema capitalista, quello che è importante è la società civile, cioè il livello di coscienza delle cose, del modo di produzione sia all’interno di ciascun paese che a livello globale, come avviene. Sorvegliare questi processi produttivi, vedere se in questi paesi ci sono sfruttamento e cose di questo tipo. Questo è il vero problema a mio parere.
Io credo che questi processi vadano dunque governati, e in primo luogo c’è il problema del debito estero. Vorrei fare un piccolo flash su questo: si è fatto un grande parlare, giustamente, sul problema del debito estero. Io credo che il debito estero non vada condonato tout-court. Perché se noi condoniamo il debito estero rischiamo di fare del mondo un grande Giappone.
Cosa sta succedendo al Giappone? Il Giappone si trova in una situazione di crisi gravissima, che noi economisti chiamiamo ‘trappola della liquidità’. Non sto a spiegare che cos’è. Il sistema bancario è fallito, si era esposto nei confronti delle tigri asiatiche, poi è fallito. Quindi siamo in una condizione in Giappone in cui la politica monetaria e il governo non sono in grado di gestire l’economia. Vogliamo che noi, mondo occidentale, arriviamo a ridurci in questo modo?
Se noi condoniamo il debito estero oggi, siamo di fronte ad un rischio di default, di fallimento di tutte le grandi banche d’affari internazionali, che sono quelle più esposte nei confronti dei paesi in via di sviluppo. Se noi imponiamo a queste banche di ripudiare il debito, queste banche falliscono, e se falliscono le banche crolla il mercato finanziario internazionale, ma non cala – come è successo in questi due anni – crolla. Il livello di capitalizzazione da un mese all’altro diventa zero.
Allora questo significa che ci troviamo in una situazione che si chiama deflazione da debiti. Quindi ci riduciamo ad un livello per cui diventiamo noi pari a loro, questo è il vero problema. E questo non fa un buon servizio né a noi, né a loro.
Quindi io sono d’accordo sulla possibilità di condonare il debito, ma a questo punto bisogna riflettere. È un atto che si può fare, ma non è un’operazione senza costi, come ho sempre sostenuto, è un’operazione che va riflettuta con molta attenzione, perché se non si capisce il fatto che è un’operazione con costi, noi rischiamo il tracollo finanziario internazionale. Quindi qualcuno deve accollarsi quest’onere. Siamo disposti noi ad accollarci l’onere per evitare il fallimento delle banche d’affari e degli Stati? E’ un’operazione che si può fare, certo, è la beneficenza, è altamente meritorio. Però se non c’è la consapevolezza di fare questo, rischiamo davvero il crollo della nostra civiltà e, ripeto, soprattutto non facciamo un servizio a chi ha bisogno.
Io ritengo dunque, per concludere, che oggi globalizzazione sia una parola ormai superata, in quanto è un dato acquisito. La globalizzazione è nelle nostre vite, il vero problema, la parola del futuro non è più ‘globalizzazione’, è ‘governance’, cioè la capacità di governare il processo.
Questo a tutti i livelli: a livello nostro personale, a livello di stato, a livello di impresa, a livello soprannazionale. Quindi la sfida del futuro per la civiltà mondiale, per l’ordine economico mondiale, la sfida del futuro, è quella di trovare delle regole di governance dei processi economici internazionali, tali che riducano – o non generino, e questo vorrei sottolinearlo - disuguaglianza, e soprattutto assicurino uno sviluppo più equilibrato.
Questo è il vero problema, è una regola di gestione del processo, facendo partecipare alle decisioni economiche globali, internazionali il maggior numero di soggetti. Questa è la vera sfida del futuro, a mio avviso.
Concludo con un flash sulla distribuzione del reddito. La globalizzazione porta ad un paradosso: viene schiacciata la cosiddetta middle-class, cioè la classe di mezzo, perché l’analisi economica dimostra molto chiaramente che i poveri sono stati molto avvantaggiati negli ultimi anni, e padre Gheddo ce l’ha detto prima, e quindi mi fa piacere che confrontiamo la cosa da osservazioni diverse; è vero che le classi più povere stanno meglio, il quinto più alto percentile dei poveri è stato spostato e vive al di sopra della soglia di povertà in moltissime situazioni. Questo però non ha evitato che la classe di mezzo sia stata schiacciata un po’ più in basso. Questo purtroppo avviene per tutti quegli effetti che ho citato prima.
Ultimissima cosa: il ruolo della finanza. La finanza è fondamentale nei processi dei paesi in via di sviluppo. La cosiddetta microfinanza, il futuro spero che le grandi banche capiscano questo, stiamo parlando dei paesi non poverissimi, non quelli che sono a un livello di povertà veramente seria, ma di una serie di paesi che vivono in una sorta di limbo, che non sono parte dei 22 membri dell’OCSE, ma non fanno neanche parte del mondo più povero. Per questi paesi, un modo per cercare di uscire da questa trappola potrebbe essere quello di farli entrare nel circuito della finanza, attraverso una serie di processi che si chiamano ‘microfinanza’.
DOMANDE:
Io sono stata particolarmente colpita da quest’ultimo intervento che rispondeva in modo particolare a quello che è stato l’intendimento di coloro che hanno preso l’iniziativa di radunare le varie sigle che hanno aderito a questa iniziativa e cioè quella di scendere nel concreto anche rispetto a quello che può fare e contare la società civile.
C’è bisogna anche di dire le cose che non vanno nella cultura che ci viene ammannita continuamente sotto forma di ‘slogan’ molto spesso anti-Nord del mondo, che possono non essere veri, oppure essere veri solo in parte. Questo è emerso stasera. Allora il Prof. Marzo dice: quello che comanda nella società capitalista è la società civile, siamo noi, non c’è nessuno che non sia società civile, forse i politici di professione. Quindi volevo chiedere in particolare ai docenti, che non sono solo loro perché ce ne sono anche altri presenti in sala, se è possibile pensare di assegnare delle tesi di laurea su questi temi, che coinvolgano anche possibilmente qualcuna delle sigle promotrici, come il CEFA (il cui presidente, Dott. Beccari, dovrebbe essere presente qui in sala), perché ci sia una mescolanza già adesso, perché si possa partire da qui con dei progetti quanto meno di tesi di laurea, ricerca, studi, per puntare ad un altro appuntamento (e vorrei qui coinvolgere l’Acton Institute). Tra l’altro io non ho detto che questa è un’iniziativa cattolica rivolta ai cattolici, probabilmente la maggioranza di chi è qui è cattolico e si sente cattolico, ma il discorso è che i cattolici tendono ad essere l’ago della bilancia in questa situazione in cui si fanno assomigliare dei principi etici a quello che dice il Vangelo e a volte non è così. Allora per uscire da questa forma di equivoco, chiedo scusa se mi sono permessa di chiamare Beccari, anche se purtroppo abbiamo pochissimo tempo…
(SEGUE L’ INIZIO DI UNA DOMANDA, MA
IL NASTRO HA
TERMINE)