Il tema di questa
conversazione ci dovrebbe portare sulle vicende di questi giorni, di queste
settimane, ma credo che si debba tentare
prima di inquadrare la situazione di oggi nella sua cornice.
Ci sono molti modi
di guardare la scena internazionale e bisogna sceglierne alcuni - scelte che
non sono mai neutrali e indolori, scelte che implicano diversi punti di vista.
A me pare che si possano scegliere tre punti come essenziali per capire lo stato della situazione
internazionale che stiamo vivendo. 
Il mito dell’”impero”
Il primo punto riguarda la distribuzione del potere.
Come sappiamo tutti, dopo la guerra fredda è rimasta in piedi una sola grande
potenza. Questo ha determinato che su quella potenza si siano concentrati, da
una parte tutti gli odi, come era inevitabile, di coloro che non accettano una
disuguaglianza del potere così forte, e dall’altra naturalmente anche (è nella
natura delle cose) un insieme di comportamenti da parte di questa potenza
democratica che sono apparsi, e sono stati,
spesso, anche arroganti. Questo è
in qualche modo inevitabile quando il potere
non è bilanciato da altri poteri.
Ora, la situazione
dopo il crollo dell’Unione Sovietica (probabilmente transitorio - e le transizioni da un tipo di sistema
internazionale a un altro tipo di sistema internazionale possono prendere anche decenni) è un sistema in cui
l’unica potenza rimasta non vede in atto
credibili tentativi da parte di altre potenze o coalizioni di potenze, di bilanciarla. (Da notare che io in questo
non metto alcun giudizio di valore, ma semplicemente fotografo la situazione:
c’è una superpotenza e ancora non si
vede – anche se probabilmente prima o poi accadrà – l’emergere di un polo, o di
un insieme di poli, alternativi. Dico che prima o poi accadrà, perché nella
storia è sempre accaduto, che in qualche
modo le potenze venissero bilanciate da
altre potenze o coalizioni. Ci vorranno decenni ma accadrà.)
Perché questo è importante? Perché da qui è nato il mito
dell’impero, e sugli Stati Uniti si sono calamitati gli odi e le paure di tutta
quella parte del mondo che non accettava il dislivello di potenza che si era
determinato con la fine della guerra fredda.
In realtà dietro
la questione dell’impero c’è un grande equivoco, perché gli Stati Uniti non sono un impero e non
potrebbero esserlo. Non lo sono per cultura politica, prima di tutto: l’America
nasce da una lotta contro un impero. Gli
Stati Uniti hanno praticato politiche molto dure nel “cortile di casa”,
nell’America Centrale, ma non sono mai stati in grado di praticare le stesse politiche al di là del continente
americano, quindi non ne hanno la
cultura politica, le loro istituzioni non si prestano a politiche imperiali. Le
politiche imperiali richiedono un assetto interno autoritario, non democratico,
e in più gli altri paesi non sono
ovviamente disponibili ad accettare un impero.
Abbiamo una
situazione sì di forte dislivello di potere, tra gli Stati Uniti e le altre
potenze del sistema internazionale, ma
non tale da determinare la sostituzione di un sistema internazionale con una
pluralità di stati, con un potere imperiale.
La controprova è
data proprio da quanto è accaduto con la guerra in Iraq: se gli USA fossero un
impero, le potenze europee che hanno scelto di contrapporsi agli USA – Francia
e Germania – non avrebbero potuto farlo.
Però bisogna
capire da dove nasce l’idea che gli Stati Uniti
siano un impero: dalla situazione fortemente squilibrata nella gestione
del potere che si è determinata dopo la fine della guerra fredda.
La comunità
euroatlantica, baricentro del sistema internazionale,
dove la guerra non è
pensabile
Il secondo nodo
cruciale riguarda lo stato della comunità euroatlantica, il vero centro del sistema
internazionale. Nella comunità euroatlantica si concentrano le maggiori
quote di ricchezza e di potere dell’intero sistema internazionale, quindi
quello che succede dentro la comunità euroatlantica influenza tutto il resto
del mondo.
(Questa non sarà
una condizione stabile a lungo, è probabile che in capo ad alcuni decenni
l’Asia sarà così forte da indebolire o
quantomeno ridurre il peso della comunità euroatlantica; però per ora è
indubbio che è ancora la comunità euroatlantica il vero baricentro del sistema.)
La comunità euroatlantica fa parte di un
panorama per noi abituale, ma si tratta in qualche modo di un miracolo,
perché è un’area politica e culturale del
mondo dove è stata bandita la guerra.
La comunità euroatlantica è ciò che assomiglia di più a quella che Emanuel Kant immaginava come
unione pacifica, cioè un insieme di stati che hanno un fortissimo legame tra di
loro, che hanno sviluppato anche una grande interdipendenza commerciale,
finanziaria e così via, e che possono
avere dei conflitti di interesse anche duri, ma che non ricorrono alla guerra
per risolvere le loro controversie. La
guerra è stata bandita dall’Europa e dai rapporti tra l’Europa e gli Stati
Uniti. La comunità euroatlantica ha
questa caratteristica assolutamente eccezionale: la guerra al momento non è pensabile all’interno della
comunità euroatlantica.
Questo fenomeno si è determinato per due ragioni:
- la prima
è la guerra fredda in cui gli
Stati Uniti hanno assunto un primato rispetto
alla comunità euroatlantica, in virtù della contrapposizione con
l’Unione Sovietica.
Sappiamo che quello era uno scontro al tempo stesso di potenza e di civiltà: comunismo contro capitalismo liberale e potenza degli Stati Uniti contro potenza sovietica. Questo ha fatto cementare i legami dentro la comunità euroatlantica .
- la seconda
ragione, altrettanto importante, è data dall’affinità delle istituzioni e delle culture politiche dei paesi europei
occidentali e degli Stati Uniti.
Ci sono poi
tante differenze, e anche queste pesano
oggi sulle divisioni che si stanno manifestando all’interno della comunità
euroatlantica; ma di sicuro questa omogeneità di fondo, tra le istituzioni dei
paesi europei e quelle degli Stati Uniti, ha contribuito a determinare questo
miracolo, questa situazione di non-guerra tra un insieme di stati.
La guerra non è pensabile in Europa e non è
pensabile tra i paesi europei e gli Stati Uniti. E’ un fatto per noi del tutto
normale e scontato, ma nella storia del sistema internazionale non è affatto
scontato.
Ora che cosa sta accadendo alla comunità
euroatlantica? Gli aspetti sono tre.
Uno è l’insieme di
politiche protezionistiche, o di tendenze protezionistiche, che complicano
molto le relazioni tra Europa e Stati Uniti . Da un lato c’è la non volontà
dell’Europa, e in particolare della Francia, di smantellare la sua “PAC”. Ricordiamo che gli Stati Uniti tollerarono la PAC, sigla che sta per
“politica agricola comune”, cioè per la politica protezionistica sui prodotti
dell’agricoltura, durante la guerra fredda. Questo faceva parte in generale di
un consenso europeo alla leadership americana, consenso che era necessario agli
Stati Uniti nel confronto con l’Unione Sovietica.
Ma finita l’Unione Sovietica, i termini dello
scambio devono essere in qualche modo rinegoziati. D’altra parte negli stessi
Stati Uniti si sono manifestate forti,
anzi fortissime, tendenze protezioniste.
Un altro aspetto è naturalmente legato alle
divisioni politiche nei confronti del Medioriente, quelle che si sono
manifestate con lo scontro al Consiglio
di sicurezza dell’ONU sulla questione
dell’intervento in Iraq.
Ora il problema è che, se le tensioni economiche e commerciali e le divisioni politiche si sommano, fanno sinergia, ed è possibile che in capo a pochi anni accada l’impensabile, cioè che si determini una rottura definitiva tra le due sponde dell’Atlantico. E’ difficile, peraltro, perché poi ci sono fortissimi interessi che vanno nella direzione contraria, però non può essere del tutto escluso; anche perché l’Europa percepisce, almeno fino ad oggi, in modo diverso la sfida del terrorismo islamico rispetto a come l’hanno percepita gli Stati Uniti - per la semplice ragione che ad essere colpiti sono stati gli Stati Uniti e non l’Europa. Questa percezione rispetto alla minaccia ha spiegato, o almeno contribuisce a spiegare, le divisioni che si sono manifestate dopo la primissima fase, quella del massimo consenso intorno alle scelte dell’amministrazione americana all’epoca dell’intervento in Afghanistan.
Il terzo nodo è quello che ha a che fare con il tentativo di una parte minoritaria del mondo islamico di suscitare uno scontro di civiltà, in cui la posta – per questa parte minoritaria del mondo islamico – è il controllo sul mondo islamico stesso. Quindi il bersaglio primo di questo scontro sono i regimi dei paesi musulmani.
La grande divisione che si è
manifestata tra Europa e Stati Uniti ha riguardato certamente l’intervento in Iraq, ma ha
riguardato soprattutto la scelta americana più in generale, giusta o sbagliata
che fosse. Gli americani hanno ritenuto che l’unico modo per affrontare alla
radice il problema del terrorismo islamico fosse quello di andarlo a colpire
laddove il virus è cresciuto, cioè in
Medioriente. Questo, secondo parte dell’amministrazione americana (che non è monolitica, ci sono molte tendenze
anche molto diverse all’interno dell’amministrazione Bush, c’erano anche
posizioni molto più vicine alla visione europea su cosa si deve fare in
Medioriente) comunque la parte che ha prevalso e ha portato gli Stati Uniti in
Iraq riteneva che si dovesse voltare
pagina nell’atteggiamento verso i regimi mediorientali, cioè che occorresse
smetterla di appoggiare i regimi autoritari, perché catalizzatori del
terrorismo. O sono i bersagli contro cui
il terrorismo si rivolge, quindi indirettamente
causa della crescita del terrorismo islamico, oppure sono regimi che in
vario modo proteggono il terrorismo islamico.
In ogni caso non si poteva più praticare la vecchia politica
realista, quella di Kissinger, che gli
Stati Uniti hanno sempre praticato in Medioriente, e che portava ad appoggiare chiunque si dimostrasse
disponibile a trattare in modo
amichevole con i paesi occidentali.
La grande svolta è questa: gli
Stati Uniti decidono che quella politica era sbagliata, che aveva permesso al mostro di crescere e che quindi occorresse voltar pagina.
Poi il problema specifico: guerra
giusta, guerra sbagliata….. questa è un’altra cosa e riguarda le valutazioni
sulle scelte politiche specifiche in Iraq.
Il problema di fondo è il
cambiamento nell’atteggiamento generale, che ha stabilito: basta con la
politica realista di breve respiro, che consiste nell’appoggiare chiunque sia
disposto ad avere rapporti amichevoli con noi. (Come
dimostra in particolare il caso dell’Arabia Saudita e dei cosiddetti regimi moderati, che dal
punto di vista culturale e ideologico moderati non sono affatto, perché
certamente non è moderata la
predicazione wahabita dell’Arabia Saudita. Ma è interessante notare che per
decenni né gli americani, né gli europei avevano fatto caso alla natura di quel
regime, bastava il fatto che fosse amico degli occidentali. Naturalmente
l’amicizia era legata al fatto che questo paese è il principale fornitore di
petrolio e quindi tutti noi siamo obbligati a farci i conti, ma in
sostanza veniva spacciato per regime
moderato un regime che moderato non è e non può essere, data la natura della
particolare interpretazione dell’Islam che prevale all’interno di quel paese. )
A me pare che lo scontro tra
Europa e Stati Uniti riguardo alla
guerra in Iraq abbia riguardato proprio questo aspetto: non solo e non tanto il
problema dell’intervento in Iraq in sé, ma prima ancora la questione se si
dovesse, o no, cambiare atteggiamento nei confronti dei regimi mediorientali,
se occorresse o no tentare operazioni
chirurgiche, certamente pericolose e dure, di esportazione della
democrazia con le armi ( naturalmente
non solo con le armi, ma anche).
Questo a me pare che sia il vero
punto di scontro: gli europei hanno pensato che l’atteggiamento prudente,
realista, che era proprio anche degli americani
nella fase precedente, continuasse ad essere la politica più adatta per
fronteggiare anche il terrorismo. In altri termini, si pensa di poter fronteggiare
il terrorismo islamico sollecitando i paesi musulmani, e in particolare quelli del
Medioriente, ad aiutarci a tenerlo a bada, anche contando sul fatto che questo
terrorismo ha proprio questi regimi come bersaglio.
Un’ultima osservazione: la questione della
democratizzazione.
La vera contraddizione è data dal fatto che
la democratizzazione eventuale di paesi che non hanno mai conosciuto la
democrazia richiede tempi molto lunghi. I tempi lunghi entrano in plateale
contraddizione sia con l’esigenza di sicurezza, sia - soprattutto - con la disponibilità dei
contribuenti americani, e domani forse anche di quelli europei, a pagare tutto
ciò che è necessario – e sono cifre colossali -
per contribuire alla stabilizzazione
della democrazia di questi paesi, Iraq ed eventualmente altri paesi in
seguito. Questa è la grande contraddizione in cui ci si dibatte, e forse è
questa l’accusa più forte che si può fare a coloro che hanno ritenuto possibile
(anch’io lo ritengo possibile, però ritengo anche che manchino forse alcune
altre condizioni) portare la democrazia in Iraq. Non hanno, forse, tenuto conto
del costo immenso dell’operazione, dei tempo molto lunghi che erano necessari
per portarla a termine, e quindi dell’impatto negativo che questo avrebbe avuto
sull’opinione pubblica e quindi anche sull’atteggiamento del mondo islamico che
avrebbe generato.
Testo dell’intervento di SERGIO ROMANO
Intendevo
limitarmi a parlare soprattutto della situazione irachena oggi e delle
prospettive, ma ciò che ha detto Angelo
Panebianco sollecita qualche riflessione, soprattutto sul tema
dell'imperialismo americano.
Esiste un impero americano? Esiste un
imperialismo americano? Panebianco sostiene che non può esistere per la natura stessa del Paese, per la sua
storia, le sue tradizioni, la sua democrazia interna. Vero è che vi è quantomeno un altro esempio recente
nella storia d’Europa, quella dell’imperialismo britannico, in cui imperialismo
e democrazia interna non sono in
realtà incompatibili: la Gran Bretagna è
stata certamente una potenza imperiale, ma è stata anche modello di democrazia
per l’Europa negli anni stessi in cui costruiva l’impero, quindi in linea di principio non può esservi
contraddizione tra un atteggiamento imperiale all’esterno e una filosofia
democratica all’interno.
A questa osservazione ne aggiungerei
un’altra: esiste a mio avviso un imperialismo americano, una cultura imperiale
degli Stati Uniti, ma di tipo nuovo e diverso da quelli tradizionali, noi
conosciamo un impero che si espande
territorialmente e che misura i suoi successi in ragione del territorio conquistato: tanto
territorio colorato di rosa sulle carte geografiche fino alla fine della
seconda guerra mondiale misurava, per così dire, la potenza dell’impero
britannico.
Oggi non credo che le cose vadano misurate in
questi termini. Quando parliamo degli Stati Uniti parliamo di un imperialismo
che si espande attraverso altri fattori, altre armi.
L'America per es. comanda nel mondo attraverso la straordinaria dilatazione della
territorialità delle sue leggi. Il Congresso degli Stati Uniti promulga leggi
valide per tutto il mondo, i magistrati degli Stati Uniti siedono in giudizio
su questioni che non accadono all’interno del territorio americano, e qualche
volta non concernono neppure cittadini americani (tutta la legislazione dello
stato di California sul genocidio ebraico nella seconda guerra mondiale ha
praticamente attribuito ai tribunali
californiani una potenza, una giurisdizione e una competenza totali).
In secondo luogo l’America ritiene di poter
sanzionare in vari modi – talvolta sul piano economico, talaltra con mire più
politiche – il comportamento di qualsiasi paese, dalla Colombia, all’Indonesia,
che sia giudicato riprovevole dal Congresso degli Stati Uniti. Tutti possono
cadere per molti versi sotto la mannaia delle sanzioni decretate dal Congresso degli Stati Uniti.
Poi l’America manifesta una cultura imperiale
nel modo in cui rifiuta di impegnarsi in quelle misure di carattere
internazionale che sono state adottate nel corso degli ultimi anni, e
soprattutto dopo la fine della guerra fredda: l’America non ha accettato il Tribunale
Penale Internazionale, non ha sottoscritto il trattato contro le mine anti-uomo
[…] L’America ha ulteriormente accentuato il rifiuto della legalità
internazionale, tra l’altro nell’uso che sta facendo della base di Guantanamo
per la detenzione dei prigionieri di guerra dall’Afghanistan: questa è una forma nuova di imperialismo,
diversa da quelle che abbiamo visto in passato.
Fra USA e UE un diverso modo di intendere la
legalità internazionale
Un’altra osservazione che farei a proposito
dell’intervento di Angelo Panebianco
concerne la comunità euroatlantica:
credo che io e lui siamo
perfettamente d’accordo sull’importanza di questa comunità, sull’utilità che può
avere un rapporto di collaborazione tra Stati Uniti ed Europa per un buon governo del mondo, il migliore dei governi possibili del mondo.
Però attenzione, non soltanto è finito
il pericolo che li accomunava - morta l’Unione Sovietica, defunto il comunismo,
non esiste più quel collante, quel cemento che rendeva Europa e Stati Uniti
fortemente interessati a restare insieme - ma è accaduta anche un’altra cosa
nel corso degli anni 1990, gli anni
successivi alla fine della guerra fredda. Quattordici anni ormai dalla caduta
del muro di Berlino, nel 1989,: è
accaduto che Stati Uniti ed Europa, per
le ragioni a cui facevo riferimento prima, hanno imboccato due strade
completamene diverse in materia di cultura della legalità e della giustizia
internazionale, per i molti trattati che l’Europa ha sottoscritto e che gli
Stati Uniti rifiutano di sottoscrivere, fra cui potrei aggiungere il protocollo
di Kyoto sull’ambiente.
Ora, questa divaricazione c’è: io non ho mai
creduto che certe forme di giustizia
internazionale e di legalità internazionale fossero il toccasana, e continuo a
pensare che il processo a Milosevic sia stato un errore. Ma realisticamente
constato che, mentre la società europea ha preso la strada della giustizia e
della legalità internazionale, la società americana ha preso, per una serie di
considerazioni precedenti l’11 settembre, una strada tutta diversa. Quindi le
divergenze ci sono e credo che occorra prenderne realisticamente atto.
La strategia militare di
Rumsfeld ha funzionato, ma anche Saddam aveva imparato la lezione
E adesso in Iraq? Cos’è successo, soprattutto
in Iraq, perché le cose siano andate così? Tralasciamo il giudizio di merito
sull’utilità della guerra, questo non ha nessuna importanza. Ma perché le cose in
Iraq sono andate nel modo di cui siamo testimoni in questo particolare momento?
Io credo che anzitutto all’origine degli
avvenimenti iracheni vi sia la concezione della guerra che l’America ha
sviluppato dopo la sua traumatica esperienza in Vietnam negli anni ’60 e’70;
l’America ha giurato a se stessa che non avrebbe mai più fatto la guerra in
quelle condizioni, non avrebbe mai fatto la guerra con 500mila uomini sul
terreno, esposti al logorio quotidiano dei combattimenti, con un numero
rilevante di vittime. E allora, per evitare di fare la stessa esperienza, Rumsfeld,
Segretario alla Difesa, il quale è per certi aspetti lo stratega, l’ideatore di
questo nuovo modo di combattere, ha deciso di fare larghissimo uso di quelle
applicazioni tecnologiche che avevano negli ultimi anni completamente
trasformato gli arsenali americani, introducendo un numero di armi nuove “ad
altissima intelligenza”, così sono state definite, e riducendo drasticamente il
corpo di spedizione. Anziché 500mila uomini, come con Bush padre in Iraq nel
1991, sono partiti soltanto 130 mila uomini, nella convinzione che questo
straordinario uso di armi molto sofisticate, con corpi di combattenti ad alta specializzazione,
avrebbe neutralizzato l’avversario in breve tempo.
Ed è esattamente quel che è accaduto. Dal
punto di vista strettamente militare, l’apparenza sembra dare ragione a Rumsfeld.
Ma gli americani non si sono accorti che
anche Saddam Hussein avrebbe tratto una lezione dalla sua esperienza militare
precedente. L’esperienza precedente degli americani, quella significativa, era
il Vietnam, l’esperienza precedente significativa per Saddam Hussein era la
prima guerra del Golfo, nel corso della quale l’esercito iracheno era stato
debellato dagli Stati Uniti in breve
termine. E allora, perché avrebbe dovuto
fare la stessa guerra, in condizioni nettamente peggiori, dopo 12 anni di
embargo che avevano fortemente diminuito e fiaccato, le forze armate irachene, ridotto
gli arsenali, arrugginito tutto il materiale? Perché avrebbe dovuto fare la
stessa cosa?
Infatti ne ha fatto una diversa: adesso noi
non sappiamo esattamente se quanto accade in Iraq sia stato un disegno
strategico di Saddam, ma mi sembra lecito supporre che, di fronte ad una
superiorità militare contro cui non potevano mettere in atto nulla di veramente efficace, i generali iracheni e lo stesso
Saddam abbiano preferito la dispersione
dell’esercito sul territorio, salvo alcune sacche di resistenza, per
esempio a Nassirya. Questo per fare un’azione di “resistenza”. Prometto che per
questa parola uso la ‘r’ minuscola, ma non saprei come definirla altrimenti. È una resistenza fatta con mezzi di cui il paese
dispone, nel territorio di cui il paese dispone.
L’Iraq oggi, campo di
battaglia per tutte le forze anti-americane del mondo
Naturalmente non credo si tratti solamente
dell’esercito di Saddam Hussein o di quella componente dell’esercito di Saddam
Hussein che probabilmente si prestava di più a questo tipo di guerra, la
guardia repubblicana. No, credo che
l’America abbia raggiunto questo miracoloso risultato: di
creare in Iraq un bersaglio visibile e tangibile contro cui possano
maggiormente mobilitarsi tutte le forze antiamericane del pianeta. Perché
se prima dovevano mobilitarsi in funzione di obiettivi sparsi, scelti
strategicamente: le torri, le ambasciate americane in Africa… adesso hanno
finalmente un obiettivo strategicamente importante, visibile e tangibile,
contro cui è facile mobilitarsi.
Direi che per quanto ne sappiamo, e non ne
sappiamo molto, le componenti di questo movimento contro l’occupazione
americana dell’Iraq sono probabilmente tre: una è quella del vecchio apparato
della guardia nazionale repubblicana, la seconda è il terrorismo
fondamentalista islamico, che chiaramente va lì perché vì trova finalmente un
terreno di reclutamento (e perché non dovrebbe andarci? era nella logica delle cose che ci sarebbe andato.),
e la terza è quella straordinaria
legione araba che si è costituita in
giro per il mondo a partire dalla fine degli anni ’70. Non dimentichiamo che quasi tutte le guerre che sono scoppiate
nel mondo dalla fine degli ani ’70 (dico
anni ’70 perché nel dicembre 1979 l’Unione Sovietica invade l’Afganistan),
ebbene tutte quelle guerre, o quasi tutte,
hanno coinvolto paesi islamici: la Bosnia, il Kossovo, l’Algeria, la
Cecenia, Timor Est, Armenia, Azerbaigian, la guerra del Nagorno-Karabak…. non
c’è conflitto che non abbia in qualche
modo coinvolto il mondo islamico e che non sia
stato un polo d’attrazione, una calamita, per un volontariato
arabo-musulmano, che ha di fatto costituito la grande legione araba.
Questa legione araba l’abbiamo già vista
manifestarsi in varie sedi e in vari territori, ed è il problema con cui
dobbiamo oggi misurarci, su un terreno alquanto più pericoloso di quanto non
accadesse prima.
Semplicemente,
gli americani a questa legione araba
adesso hanno offerto un campo di battaglia. Il campo di battaglia è,
evidentemente, l’Iraq.
Inutile parlare di democrazia
Ora come si fa a uscire da questa situazione?
Gli Americani, ci ha spiegato giustamente Angelo Panebianco, avevano un obiettivo, che era quello di
andare a colpire il terrorismo nel brodo di coltura del luogo in cui il virus
cresce maggiormente, e colpire i regimi autoritari in quanto fautori del
terrorismo. Quindi, sostenevano gli Americani, portiamo la democrazia in
Medioriente. Nel momento in cui avremo portato la democrazia in Medioriente
avremo per così dire prosciugato la palude dove queste male piante continuano a
crescere. Il problema è che non era del tutto certo che la palude fosse quella
giusta. Io per esempio sono stato sempre convinto che tra Saddam Hussein e Bin
Laden non ci fosse soltanto incompatibilità, ma contrapposizione frontale di
strategie e filosofie arabo-musulmane completamente diverse.
Il maggior rimprovero che io muovo agli
americani in questo momento è di non chiedersi neppure per attimo quale era il
disegno politico di Saddam. Lo hanno abbassato al livello di tiranno poliziesco
che non può avere idee e quindi non può neppure essere discusso perché non vale
la pena di discuterlo. Non credo che le cose stiano in questi termini, credo
che Saddam Hussein avesse un suo disegno politico e che questo disegno fosse paradossalmente
la creazione di uno stato iracheno
moderno, laico, fondato sul concetto di cittadinanza. Gli americani,
quando hanno parlato di democrazia in Iraq, non si sono resi conto che il
primo, principale ingrediente di una democrazia è il cittadino: le
democrazie funzionano quando gli uomini
e le donne votano come cittadini, non
come membri precostituiti di un gruppo ideologico-religioso, perché se
votano come membri precostituiti di un gruppo ideologico-religioso è inutile
farli votare, non ha nessun senso, basta fare il censimento.
E come si fa a votare in un paese in cui chi
governa ha bisogno dei sunniti e di Baghdad, ma non appena va a fare i conti
nel paese scopre che la maggioranza è
largamente sciita e che qualsiasi elezione sarebbe vinta da loro? Come si fa a fare la democrazia in un paese
di questo genere, se prima non si è rotto il legame fra l’uomo e la donna e il
gruppo sociale di riferimento, possa essere confessione religiosa, sunniti,
sciiti, assiri, caldei, o semplicemente tribale o gruppo etnico – non
dimentichiamo che esistono anche i curdi e i turcomanni – come si fa a votare?
Quello che maggiormente mi sorprende è che
gli americani possano davvero avere creduto nella possibilità di portare la
democrazia nel paese per combattere il terrorismo: anzitutto il peggior nemico
del terrorismo islamico era proprio Saddam, e poi: portare la democrazia in
Irak, come? Con quali strumenti?
Comunque il problema non esiste più: gli
americani hanno rinunciato a portare la democrazia in Iraq, perché questa
accelerazione di cui avete sentito parlare nasconde in realtà un concetto molto
più semplice. Per il momento è inutile parlare di democrazia, hanno rinunciato
all’assemblea costituente, hanno rinunciato a un testo costituzionale scritto
da deputati eletti dai cittadini, si sono semplicemente rassegnati ad un
governo di maggiorenti e a un’assemblea legislativa di 200 persone costituita
sulla base di deputati eletti dai consigli provinciali e dai consigli locali.
In altre parole andiamo verso un’assemblea di
notabili, di maggiorenti e di sceicchi,
i quali devono fare da controllori di un governo di ottimati, e questa dovrebbe
essere la democrazia in Iraq. Se era
così, potevamo anche lasciare le cose com’erano, probabilmente. Comunque questa
è la soluzione.
Può essere una soluzione? Gli americani
sperano che sia una soluzione per se stessi, perché sperano naturalmente che
questo permetta il trasferimento alle nuove istituzioni irachene di una quota
crescente di responsabilità, anche per il mantenimento dell’ordine pubblico e
la repressione della resistenza (con la “r” minuscola) e sperano in questo modo di poter non uscire
dal paese. Di questo non hanno la benché
minima intenzione, non c’è guerra degli ultimi 20 anni che gli americani non
abbiano fatto senza lasciare nel territorio una base militare. Non vogliono
uscire dall’Iraq, vi rimarranno, ma asserragliati nei loro campi, nelle loro
fortezze, nelle loro caserme, sperando con questo di offrire meno bersagli al
movimento di resistenza e di guerriglia iracheno.
Certo, se questo serve loro a diminuire il
numero delle vittime, è importante, ma siamo davvero sicuri che contro questo
nuovo governo iracheno, e questa assemblea di ottimati, non continueranno
esattamente gli stessi attacchi delle tre componenti del movimento di
resistenza che ho cercato di delineare: successori di Saddam, nazionalisti arabi, fondamentalisti islamici?
Perché dovrebbero smetterla di combattere contro questo governo, che è
chiaramente un governo fantoccio? Quindi che soluzione è mai questa?
Perché l’Onu non può essere la soluzione
La soluzione dell’ONU… mah, io credo che quando la gente dice,
quando noi tutti diciamo, quando il Presidente Ciampi dice, quando i francesi e
i tedeschi dicono, che ‘occorre coinvolgere l’ONU’ dicono una mezza bugia – a
fin di bene, per carità – ma sanno benissimo che l’ONU non è coinvolgibile,
perché non ha gli strumenti per farlo. L’ONU è una scatola vuota che si riempie
di armi e di denaro soltanto quando le grandi potenze decidono di metterci armi
e denaro, e se una grande potenza, vale a dire gli Stati Uniti, non vuole
mettere nell’ONU le sue armi e il suo denaro, l’ONU quelle armi e quel denaro
non li avrà mai. Quindi pensare che l’ONU possa essere il toccasana non ha
veramente nessun senso. Chi dice una mezza bugia a fin di bene, dice
semplicemente, con questa metafora, ‘vorremmo che l’America la smettesse di
pensare che può fare tutto da sola’. Questo
è il significato dell’invocazione dell’ONU. Ma l’ONU non credo che abbia le
possibilità di agire.
Del resto il primo a rendersene conto
realisticamente è Kofi Annan, il quale sa perfettamente che non può andare in
Iraq autonomamente, con il prestigio che deriva ad una autorità internazionale
dal fatto di esserci con la sua politica e la sua filosofia. Sa perfettamente
che se ci va, in una condizione in cui
appare agli occhi dell’opinione pubblica irachena come l’attendente degli Stati
Uniti, beh, continuerà a succedergli come quello che gli è successo
nell’attentato in cui ha perso la vita
Sergio Llera De Mello.
E allora, se la democrazia in Iraq non è una
soluzione, e comunque a quella soluzione gli americani hanno già di fatto
rinunciato, e se l’ONU non può essere una soluzione, qual è una soluzione? Non
lo so: i commentatori e gli analisti non hanno l’obbligo di fornire soluzioni,
non è una loro prerogativa, e anche se l’avessero non per questo dovrebbero
essere necessariamente creduti.
La soluzione non è a Baghdad ma a Washington
Io credo tuttavia che una considerazione
possa essere fatta utilmente. La soluzione non è a Baghdad, la soluzione è a
Washington, in altre parole la soluzione passa attraverso il ripensamento della
questione irachena all’interno dell’opinione pubblica e dell’opinione politica
americana. Le cose cambieranno non perché noi abbiamo detto che debbono
cambiare, non perché Blair ha ricevuto Bush a Londra, non perché il presidente
Ciampi ha sostenuto che occorre un po’ più di ONU, le cose cambieranno soltanto
quando gli americani avranno deciso di avere sbagliato.
Generalmente gli americani lo fanno, questo
esame di coscienza, lo fanno. Non necessariamente perché abbiano paura del
numero delle vittime, credo che questa sia stata una leggenda: gli americani
hanno un tasso di tolleranza della violenza spaventosamente alto, possono
tollerare la violenza a casa loro e la possono provare a tollerare fuori di
casa. Non c’è stato nessun funerale negli Stati Uniti neppur lontanamente
comparabile a quello per i nostri morti di Nassirya.
L’altra qualità degli americani di cui
bisogna tenere conto in queste circostanze
è l’impazienza. E’ il popolo più impaziente del mondo. Quando ha
l’impressione che la soluzione non
funziona, non produce i risultati desiderati, diventano impazienti, e diventano
generalmente impazienti con colui che considerano responsabile del tentativo
fallito. E allora il problema è semplicemente negli Stati Uniti. I tempi sono
quelli americani, per fortuna c’è una scadenza relativamente vicina, quella delle
elezioni presidenziali del novembre 2004. Vedremo la campagna elettorale,
sapremo chi è il candidato democratico contro Bush, conosceremo le sue idee,
conosceremo le reazioni dell’opinione pubblica, sapremo con quali aspettative e
con quale mandato il Presidente, chiunque sia, verrà eletto, e a partire da quel momento, molto
probabilmente, avremo idee più chiare sul modo in cui l’America vorrà affrontare questa crisi. Ma
finché non ci sarà ripensamento negli Stati Uniti, dall’Iraq non si esce, né
nel bene, né nel male.
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DOMANDE DEL PUBBLICO -
DOMANDA: Tralascio la democrazia perché non credo che gli americani siano andati in Iraq per esportare la democrazia. Chiedo invece: quale ruolo può avere il fatto che il Medio Oriente sia in questo momento il centro dell’energia mondiale? E quando dico “centro”, non dico in termini di riserve, parlo in termini economici, perché il petrolio della Siberia non è competitivo con il petrolio o con il gas del Medio Oriente. Occupando l’Iraq gli americani avrebbero raggiunto il controllo dell’energia mondiale, da un punto di vista economico e di potere. Perciò, il concetto imperialista degli americani esiste, non dal punto di vista territoriale ma dal punto di visto del potere, controllando l’energia.
ROMANO. Risponderò con un aneddoto: sembra che nel 1990 quando Bush padre stava cercando di mettere insieme la coalizione per la prima guerra del Golfo, contasse molto anche sulla presenza giapponese. I giapponesi non ci andarono in Iraq, però dettero una somma importante che contribuì alla spedizione. Comunque sembra che la conversazione sia andata più o meno così: che Bush abbia detto: “Ma voi dopotutto siete importatori di energia. Non potete non essere interessati a evitare che l’Iraq diventi il paese dominante, egemone dell’intero golfo Persico.” E sembra che i giapponesi gli abbiano risposto: “Ma scusi, che cosa farà poi Saddam di tutto questo petrolio se non venderlo?”
C’era del vero. Intendo dire con questo che oggi esiste un mercato del petrolio, molto di più di quanto esistesse venti o trent’anni fa.
Quando il Club di Roma prospettò un futuro nero in cui le risorse energetiche si sarebbero rapidamente esaurite, in realtà commise un madornale errore di previsione. Da allora noi il petrolio lo abbiamo trovato in Siberia, in Asia Centrale, nel Caucaso, in Africa. Esiste un mercato del petrolio, esiste un mercato del gas, il gas non costa nulla all’estrazione, costa infinitamente di più per il trasporto e per la ristrutturazione degli impianti. Insomma, il mercato del petrolio ormai esiste.
Certo, può anche darsi che lei abbia ragione, può anche darsi che il fattore petrolifero abbia avuto un’importanza nelle decisioni americane, ma io credo come fattore aggiuntivo. Credo che le ragioni fondamentali per cui hanno fatto la guerra siano in parte quelle sostenute da Panebianco, in parte un certo desiderio dei neoconservatori di rompere, con un episodio clamoroso, i vincoli e i legacci degli anni della Guerra Fredda. Poi, probabilmente, al tavolo in cui è stata presa la grande decisione qualcuno avrà alzato il dito e avrà detto: “aggiungiamo anche il petrolio, ci gioverà anche in quello.“ Ma non credo che sia stato un fattore determinante, perché resto convinto che se gli americani avessero avuto veramente una preoccupazione prevalentemente di risorse energetiche, i mezzi per risolvere il problema sono tanti altri e non necessariamente le guerre, vale a dire uno strumento di cui è sempre impossibile prevedere le conseguenze.
Credo che per esempio esita ormai un mercato russo su cui si possono fare investimenti di largo respiro, esistono una mezza dozzina di progetti per oleodotti e gasdotti che provengono dal Caucaso e dal Caspio, esiste il petrolio africano. Insomma, supporre che per il petrolio sia scoppiato tutto questo iradiddio, no, non riesco a convincermene.
Il moderatore, Andrea BASAGNI: Non abbiamo toccato un tasto secondo me importante: quanto influisce la situazione in Palestina su tutto quello che abbiamo detto finora?
PANEBIANCO: La situazione in Palestina secondo me influenza molto l’atteggiamento degli europei verso questa vicenda e pochissimo lo scontro in atto dall’11 settembre. Pochissimo perché com’è noto i capi del terrorismo islamico erano totalmente disinteressati al conflitto tra israeliani e palestinesi. Avevano altri obiettivi, il problema di Osama bin Laden era in realtà il regime saudita e la scusa era la presenza di basi militari americane dall’epoca della Guerra del Golfo in quella terra. Il conflitto fra israeliani e palestinesi è stato aggiunto come argomento successivo, da parte dei terroristi islamici, all’insieme di conti da regolare con l’Occidente. Quindi no, io direi che l’influenza è scarsa, sono due cose che interagiscono, naturalmente, ma sono anche in parte indipendenti.
Dal punto di vista degli europei invece c’è un particolare legame, perché gli europei hanno sempre guardato a quel conflitto con particolare attenzione, per due motivi: uno è il petrolio, che non c’entra molto con la guerra in Iraq ma c’entra tanto con l’atteggiamento europeo di “appeasement” nei confronti del mondo arabo, anche in rapporto alla questione israeliano-palestinese; in secondo luogo, c’è il grande problema culturale che ha rappresentato per l’Europa la nascita dello Stato di Israele. Queste erano le due grandi questioni che spiegano l’attenzione così forte che l’Europa ha sempre accordato a questo conflitto.
Ma io credo che lo scontro in atto dall’11 settembre ci sarebbe anche se il conflitto israeliano-palestinese fosse risolto o comunque tenuto sotto controllo.
ROMANO: Credo che Panebianco abbia perfettamente ragione. A Osama Bin Laden i palestinesi non interessano proprio per nulla. Li ha scoperti recentemente, semplicemente perché si è reso conto che facendo appello ai sentimenti frustrati di una certa parte dell’opinione pubblica araba poteva probabilmente reclutare qualche adepto in più, ma a Osama bin Laden i palestinesi non interessano.
E che ci sia tra l’altro una fondamentale differenza tra il terrorismo islamico di Osama e quello di Hamas, l’organizzazione palestinese, è evidente, e sarebbe anche bene che ne prendessero atto gli americani, i quali, continuando ad insistere perché Hamas venga considerata alla stregua di una qualsiasi organizzazione terroristica, commettono un altro madornale errore. Osama è alla testa di un’organizzazione invisibile, in cui non vi è nessuno che si assuma pubblicamente le proprie responsabilità, o che vada a parlare dei problemi che lo concernono di fronte alla pubblica opinione.
Hamas invece ha una doppia struttura: ha una struttura terroristica ma ha anche una struttura visibile e tangibile, che produce tra l’altro un’attività assistenziale non priva di qualche merito, ma che soprattutto ha un leader visibile e tangibile. In altre parole, è un’istituzione che si assume pubblicamente la responsabilità delle proprie azioni e della propria politica.
Detto questo, perché a mio avviso il problema palestinese ha enormemente peggiorato la questione israeliana? Perché è diventato un virus che ha inacidito il nazionalismo arabo e musulmano. Guardate che alla fine della seconda guerra mondiale una certa dose di nazionalismo era indispensabile affinché gli stati arabo musulmani sorgessero e si consolidassero. Un po’ di nazionalismo era il sale necessario alla “cottura” dello Stato. Il problema è che, arrivato a quel punto,si è trattato della nascita di uno Stato che gli arabi hanno percepito come una presenza estranea e colonialistica. Mettiamoci un momento nei loro panni: e perché non avrebbero dovuto percepirla come tale? Le colpe nei confronti degli ebrei ce l’abbiamo noi, non ce l’hanno loro. E perché non gli abbiamo dato la Baviera, invece di dargli la Palestina? Questo il ragionamento che grosso modo molto spesso capita di sentire nei circoli arabi.
In altre parole si ritengono doppiamente truffati perché nel momento in cui si avviava un processo di decolonizzazione, che avrebbe garantito a ciascun stato arabo una vera e propria sovranità (e non quella falsa data dopo la fine della Grande Guerra) ebbene, in quel momento l’Occidente, così percepivano gli arabi la situazione, creava per loro, al loro interno una situazione di tipo coloniale, europea e coloniale. Questo ha creato un sentimento di rabbia, di frustrazione, di nichilismo, poi naturalmente ingigantito dalle guerre perdute, dalle pessime figure fatte dagli arabi nelle guerre successive.
Quindi io credo che la soluzione della questione palestinese permetterebbe quanto meno il risanamento di questa piaga araba, di questo nazionalismo frustrato, che è alla lunga un grande fattore di disturbo e crea l’ambiente in cui persino il terrorismo islamico può pescare i suoi adepti.
DOMANDA del prof Luciani, già presidente di Impegno Civico:
Io credo che si possano dire tante cose anche molto sensate prese singolarmente, ma ci vuole anche la quadratura del cerchio in qualche modo. L’ambasciatore Sergio Romano ha opposto in modo abbastanza stridente al concetto di imperialismo americano, l’idea di un Saddam che è il maggior nemico dell’integralismo islamico. Quindi c’è un imperialismo americano che si va a scontrare con un Saddam che è addirittura il maggiore nemico del terrorismo islamico, quello che a noi tanto preoccupa. Io non lo contesto questo, almeno sotto alcuni aspetti, ma domanderei: non ha niente a che fare con questo Saddam l’invasione del Kuwait, il massacro dei curdi, duemila, cinquemila, novemila fosse comuni che si sono trovate in questi ultimi sette/otto mesi? Io vorrei che fosse detto anche questo, in una visione che ci permetta di capire.
ROMANO: La risposta che posso dare è grosso modo questa: l’Iraq è molto difficilmente governabile. È uno stato composto da diverse confessioni religiose, da diversi gruppi etnici, e soprattutto da una fortissima struttura tribale. Non è uno stato storico, è stato disegnato a tavolino dagli inglesi e dai francesi dopo la Grande Guerra, ed è stato costituito da un’amministrazione britannica.
E a quanto dicevo prima della difficoltà di governare l’Iraq democraticamente, aggiungo che i primi a farne la constatazione furono gli inglesi. Quando arrivarono a Baghdad nel 1918 e quando cominciarono a governare il paese, dettero la testa nel problema maggiore che è rappresentato da questa squilibrata componente di sunniti e di sciiti. Gli inglesi furono gli autori di una micidiale rappresaglia contro gli sciiti. Furono bombardati, e si dice anche che lì furono usati i gas, ma non è certo, nel 1919.
Quando lei deve giudicare della ferocia di un regime deve sempre in qualche modo mettere nel suo giudizio un’attenta considerazione degli aspetti antropologici del problema. I russi non hanno mai combattuto come i francesi. La guerra civile in Spagna non è stata come la guerra civile in altri paesi. C’è un senso diverso della morte, un senso diverso della vita umana. Cerchi di mettere anche questo nel conto quando valuta il modo in cui un uomo politico cerca di realizzare il proprio progetto.
Che Saddam poi avesse un progetto mi sembra evidente anche dalla constatazione di ciò che il Paese è diventato nel corso del tempo: la quantità di opere pubbliche, strutture civili, sociali, assistenziali. È il solo paese del mondo arabo con un forte tasso di alfabetizzazione, il solo paese del mondo arabo in cui la donna avesse uno status abbastanza simile alla donna dei paesi occidentali. Ricordo che nei mesi immediatamente precedenti lo scoppio della guerra comparve sulla prima pagina del Herald Tribune una fotografia in cui si vedevano tre ragazze irachene scout, con la camicia a mezze maniche, foulard azzurro al collo, capelli corti, viso truccato, una fotografia occidentale, capisce? Questo era il tasso di occidentalizzazione del sistema. E poi l’orchestra sinfonica di Baghdad, la città stessa con le sue strutture, l’80 per cento della popolazione servito da acquedotti… ( anche se l’acqua certamente fu usata poliziescamente, come ha ricordato Panebianco, peraltro dopo il 1991, vale a dire dopo la rivolta del 1991, incoraggiata da chi? Da Bush padre. E poi abbandonata da Bush padre.)
Ma che Saddam avesse un disegno, e che questo disegno fosse riconosciuto tale dalle potenze occidentali, è dimostrato dal tipo di rapporti che tutti abbiamo avuto con il regime di Saddam Hussein, nel corso degli anni Ottanta, fino alla Guerra del Golfo. Nel 1983 Rumsfeld andò a Baghdad per incontrare Saddam perché in quel momento la guerra dell’Iraq contro l’Iran era nell’interesse occidentale, era percepita come un fatto di grande convenienza per tutti noi. Tenga presente che nel 1983 quelle fosse comuni esistevano già, perché già una volta nei confronti dei curdi Saddam, nel 1983, aveva usato il gas.
Allora quando io vedo che l’Occidente perdona determinati peccati, perché crede che in quel momento il progetto meriti di essere preso in considerazione, e i suoi interessi lo spingono a questo tipo di valutazione, allora storicizzo il problema. E ho l’impressione che le cose non siano andate sempre così.
Poi a un certo punto Saddam ha perso la testa. D’accordo. Anche Mussolini ha perso la testa a un certo punto. Cosa vuol fare? Gli uomini perdono la testa. Anche Stalin … Saddam ha perduto la testa, e questo ha ampiamente giustificato la reazione americana nel 1991. Ma cerchiamo di tenere presente il quadro nella sua interezza, altrimenti non capiremo mai cosa è successo in Iraq.
PANEBIANCO: La parabola Iraq è interessante anche in rapporto alle ragioni per cui emerge il terrorismo islamico. Io non credo che tutta la soluzione del problema sia a Washington, Ambasciatore Romano, perché una parte importante della soluzione del problema sta dentro il mondo islamico. È vero che c’è stato un tentativo da parte del Ba’ath, sia in Iraq che in Siria, di costruire uno stato moderno, così come c’è stato un tentativo in Egitto di fare questo, con Nasser, e naturalmente buona parte di queste cose si ispiravano poi ad Ataturk, cioè al tentativo certamente di maggiore successo di costruire uno Stato moderno, in Turchia, sulle ceneri dell’impero ottomano.
Ma che c’entra la parabola di Saddam Hussein il suo progetto (che c’era, sono d’accordo, ma era fallito già da tempo) di costruire uno Stato moderno? C’entra perché il ritorno ad una lettura tradizionalista del Corano di una parte consistente del mondo islamico, da cui come scheggia esce Al Qaeda, è il frutto del fallimento di una parte del mondo islamico di fronte al problema della modernizzazione. Questo è il punto.
Perché riemerge potentemente una lettura tradizionalista del Corano dopo che invece proprio il regime Ba’ath ma anche altri regimi del mondo arabo avevano determinato una parziale laicizzazione del mondo arabo stesso, dimostrando che le idee che il mondo islamico sia inchiodato a certe condizioni sono sbagliate? Tutte le culture tutte le civiltà possono evolvere e cambiare. Ma perché a un certo punto riemerge una lettura fortemente tradizionalista del Corano, ha successo, cattura le masse arabe e islamiche in generale, e da lì come scheggia esce il terrorismo islamico? Perché c’era stato il fallimento, il grande fallimento di tutti i tentativi di intercettare la modernità, uno dei quali era proprio quello rappresentato dal Ba’ath, da quel progetto di tipo autoritario, che in parte si ispirava ad esperienze per la verità europee continentali, e in parte però aveva come grande modello Ataturk. Questa è la ragione: il fallimento per cause endogene, cioè non provocate dall’Occidente, se non per quel tanto di rapporti che l’Occidente deve necessariamente avere con questo mondo, visto che da lì venivano i rifornimenti energetici. Ma il fallimento per via endogena di questo progetto di intercettare la modernità spiega l’emergere del terrorismo islamico. Io credo che sia questa la divisione all’interno dell’Amministrazione Bush, all’interno del mondo occidentale, tra gli Stati Uniti e l’Europa, e all’interno dell’Europa.
Che facciamo di fronte al problema di un mondo islamico che: o intercetta la modernità o sono guai per loro e per noi? Questa diventa la domanda.
E naturalmente può essere stato un errore quell’intervento in Iraq, ma rimane la domanda: è anche un errore abbandonare la posizione realista classica che l’Europa e gli Stati Uniti hanno avuto nei confronti del Medio Oriente? E’ o no un errore continuare a disinteressarsi della natura dei regimi con cui trattiamo?
Nel caso dell’Arabia Saudita, i mezzi di comunicazione dell’Occidente l’hanno per anni per decenni dipinta come uno dei paesi moderati, anche culturalmente moderati, amici dell’Occidente. Nessuno si interessava di cosa veniva detto nelle scuole craniche, nelle moschee, e così via, all’interno di questo paese di grandi amici dell’Occidente, chi finanziavano, ecc. ecc.
Forse è stato un errore intervenire in Iraq, ma siamo sicuri che sia un errore cambiare posizione rispetto a quella realista classica che l’Occidente ha tenuto nei confronti dei paesi mediorientali? E dell’Iraq in maniera particolare. Con l’Iraq trattavamo tutti quando era conveniente farlo, così come con l’Arabia Saudita, tutti noi abbiamo avuto ottimi rapporti per necessità, legati ai problemi energetici. Ci siamo scandalizzati quando è venuta fuori la rivoluzione iraniana, perché quella poneva una sfida diretta all’Occidente.
Ma se mancavano le sfide dirette all’Occidente, ci siamo sempre disinteressati di quello che accadeva sotto, nel corpo del mondo arabo.
Dobbiamo fare i conti con il fatto che o il mondo arabo riesce a intercettare la modernità, oppure la destabilizzazione del mondo arabo ci tocca, ci investe inevitabilmente.
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