On. Ferdinando Adornato,   Presentazione del progetto per un partito unico del centrodestra,

Bologna, Cappella Farnese, 23 maggio 2005

 

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[....] E allora noi pensiamo alla costruzione di un partito occidentale, che difenda e rilanci i valori dell’Occidente, a un partito laico non laicista, a un partito che non pensa che la vita pubblica possa migliorare se si espunge la religione dall’arena dei valori che costruiscono il nostro sentire comune, o che debba essere relegata nella vita privata, un partito che non crede nel relativismo culturale, cioè non crede che tutte le verità siano sullo stesso piano, e valgano l’una quanto l’altra, ma che ci siano verità universali dell’uomo, del suo diritto naturale, così come ci sono verità universali della democrazia, perché se noi cessassimo di considerare libertà e democrazia come valori universali, si aprirebbe una pagina davvero buia per tutto il pianeta.

Pensiamo a un partito europeo, che non vive l’Europa con un complesso di inferiorità come se l’Italia fosse una cenerentola, ma vive l’Europa sapendo che l’Italia è una delle nazioni fondatrici e quindi mentre sentiamo il bisogno di insistere perché il processo di integrazione vada sempre più avanti, sentiamo anche il bisogno di far sentire la nostra voce perché in Europa prevalgano politiche che possano essere utili per tutti i paesi membri, e anche politiche della Banca Centrale rispetto alle situazioni economiche di crisi che il nostro continente vive.

Sentiamo il bisogno anche di una riforma radicale dell’assetto sociale dell’Europa così come il documento di Lisbona aveva decretato, perché altrimenti il nostro continente non è più competitivo.

Pensiamo a un partito nazionale ma di una nuova concezione della cultura nazionale, che rovescia anche una storia scritta e per esempio supera quel paradosso di Althusser che aveva, dopo gli accordi del secondo dopoguerra, abilitato la cultura comunista come cultura di libertà. Per troppo tempo la parola anticomunismo è stata parola che non si poteva usare in Italia, che non era politically correct mentre qualsiasi democrazia liberale si basa sull’antifascismo sull’anticomunismo, sull’antifondamentalismo e dunque una forza anti-fascista, anti-comunista, anti-fondamentalista è quella che noi vogliamo costruire.

Partito nazionale ma di una nuova storia nazionale che attinge anche ai serbatoi di culture e di filoni che sono stati emarginati dalla cultura di sinistra e che riporta alla luce ciò che era stato messo in un polveroso archivio dall’egemonia di cui parlavo. Basta pensare che persino figure così straordinarie e indiscutibili come De Gasperi e Einaudi sono quasi figure da riabilitare, così poca è stata la tradizione viva e operante che riguarda il loro pensiero che è stata prodotta nel nostro paese.

Pensiamo a un partito riformista, l’oggetto oscuro della storia della prima repubblica. Se voi contate le grandi riforme fatte in trenta o quarant’anni della nostra storia, le segniamo con le dita di una mano: le regioni, la riforma del diritto agrario, la scala mobile, dimentico qualcosa ma andiamo a 4 o 5 non di più. Se confrontate con cosa abbiamo fatto negli ultimi 4 anni: ne abbiamo fatto il doppio, il mercato del lavoro, la riforma delle pensioni, la scuola, le riduzioni fiscali, e si può proseguire.

Pensiamo a un partito riformista anche perché quello che si è condensato nella Casa delle Libertà è qualcosa di nuovo che corrisponde a quattro filoni che noi mettiamo insieme per valorizzare, non per annullare, perché ciascuno porti dal proprio punto di vista un arricchimento: l’ispirazione cristiana e liberale, l’ispirazione del riformismo laico, il liberal-socialismo, la destra moderna ed europea.

Intorno a questi 4 filoni si costruiscono i valori di cui stavo parlando, si costruisce un senso di attaccamento alla famiglia come cellula sociale della comunità, si costruisce un’idea dello Stato che è al servizio del cittadino perché, come diceva De Gasperi, prima viene l’uomo e poi viene lo Stato. La persona come motore ideologico del proprio stare insieme. Usciamo da un secolo che ci ha proposto la centralità della razza, con il nazismo, e la centralità dello Stato, con il comunismo. Viviamo n un mondo in cui ci si propone anche adesso la centralità dello Stato. Noi ritorniamo a quel valore dei valori che è la centralità della persona. Ed è questa la nostra bandiera. E guardate che è la bandiera della nuova competizione bipolare europea, la bandiera del PPE che si sta configurando non più come una esclusiva internazionale democristiana ma come la famiglia di riferimento di quanti, popolari, liberali, gollisti, conservatori, in nome di questa filosofia politica si oppongono alla famiglia della socialdemocrazia, dei post-comunisti e dei verdi, che si raggruppano più facilmente intorno al concetto di centralità dello Stato.

Ci sono delle eccezioni, Chirac può essere un eccezione per il nostro campo, Blair può essere un’eccezione per il loro. Ma già in Francia la stella e la proposta politica di Nicholas Sarkozy sta creando le condizioni perché anche in quel paese l’unione fra gollisti e popolari non sia solo un’unione tattica ma un’unione fondata su principi culturali e valori condivisi.

Ecco allora che è falsa la discussione PPE non PPE, Partito Repubblicano americano…. Noi siamo in Europa e questo nuovo grande soggetto, questo Partito della Libertà, non può che fare riferimento al PPE. Di fronte abbiamo un’Internazionale Socialdemocratica e il Partito Popolare Europeo. Non possiamo non fare riferimento al PPE, che non è più, come ho detto, quell’esclusiva democristiana di un tempo, ma che sta modificando il suo apparato nella direzione che dicevo. Del resto del PPE fanno già parte FI e UDC, e AN ha aperto da tempo, e non oggi, al suo interno una discussione che non escludeva affatto in linea di principio una futura adesione al PPE.

Questo è un grande progetto storico. Stiamo lavorando per costruire il nuovo partito italiano di governo del XXI secolo. Per chiudere una stagione di transizione di dieci anni che ha prodotto confusione e che ha prodotto persino la moltiplicazione dei partiti in luogo di quello che pensavamo all’inizio, cioè di una semplificazione della vita dei partiti. È anche questione di legge elettorale, e la affronteremo ormai nella prossima legislatura, ma non è solo questione di legge elettorale. La volontà politica può precedere quello che l’ingegneria istituzionale non ha ancora fatto.

Ecco allora che la lungimiranza che ci si chiede è di anticipare con una grande offerta politica nuova questa fine di transizione che noi per primi sul centrodestra facciamo, visto che Rutelli propone delle cose diverse da questa. Personalmente io invece auspicherei che anche sul fronte opposto si andasse verso quella direzione, ma visto che ci sono e che ci troviamo a commentare dico ai moderati cui Rutelli cerca di riferirsi con questa mossa, prevedendo magari che ci sia una fuga da FI o da altri settori del nostro schieramento, direi a Rutelli ma soprattutto direi a quelli che si riconoscono nel termine di "moderati", di stare attenti, perché con questa proposta Rutelli è uno spacciatore di illusioni. Sembra quello che vendeva il whisky agli indiani per fiaccarli durante la guerra contro le giacche azzurre. Perché? Perché difende con questa linea una cultura diversa da quella dei Ds, da quella che egli ha chiamato l’egemonia dei comunisti - senza fare scandalo come faceva Berlusconi quando diceva la stessa cosa - ma poi li porta alla convivenza non con i Ds ma con Rifondazione comunista. Perché il ragionamento di Rutelli può valere per quel 25 per cento di segmento della quota proporzionale, ma dopo le bandiere che Rutelli proporrà a questi moderati e che già si sa che propone sono quelle di un’Unione in cui non solo ci sono i Ds ma c’è Rifondazione comunista. Quindi è puro whisky che spaccia a moderati, che però io credo che siano più saggi di quanto fossero gli indiani in questione. E tra l’altro l’unica polemica che ha aperto è con Romano Prodi, non con Fausto Bertinotti. Quindi mi sembra che ci siano tutte le condizioni per smascherare questa proposta che abbiamo sul centro sinistra.

Io dunque auspicherei che anche dall’altra parte andassero in porto progetti analoghi ma in ogni modo, guardiamo a noi stessi e alla proposta che dobbiamo fare agli italiani per il 2006. Non può essere una proposta di vertice, dunque che mille fiori fioriscano, che nascano dei club per la formazione del Partito della Libertà, che la gente si organizzi e si mobiliti. Perché non saremo noi siglando un accordo, non saranno i nostri leader mettendosi un giorno d’accordo (speriamo), ma saremo noi, sarete voi, sarà l’attiva mobilitazione degli italiani a imporre quello che è un sentimento comune per tutti noi, già da dieci anni, e che aspetta solo la sua sanzione storica, un grande partito italiano di governo per il XXI secolo.