Il primato della Società civile sullo Stato

Relazione del Prof. Stefano Zamagni

Bologna, 3 marzo 2003

Il vizio d'origine: Hegel
La sconfitta dell'illuminismo italiano
La vittoria dell'illuminismo francese
I tre segni dello statalismo
L'alternativa storica
Il principio di sussidiarieta': "statale" non è sinonimo di "pubblico"
Il welfare state all'italiana
Il volontariato asservito alla pubblica amministrazione
Le conseguenze:
- LA CULTURA DELLA DIPENDENZA
- LA BUROCRAZIA E LA RICERCA DELLA RENDITA
-L'APPIATTIMENTO


La globalizzazione e lo stato-nazione a sovranità limitata
Il principio di reciprocità

Ringrazio l’associazione Impegno Civico per questa occasione di confrontarmi con voi su un tema attorno al  quale vado riflettendo ormai da qualche anno. Enuncio subito la tesi che poi andrò ad argomentare dividendola in tre punti. La mia tesi è una dichiarazione di principio, poiché io credo molto al dialogo, e per dialogare bisogna che i dialoganti dichiarino subito da che parte stanno; diversamente il rischio è di scivolare in luogo comuni o in punti non afferenti.  La mia tesi, che è un assunto quasi metafisico, ontologico, è  che io mi riconosco nel primato della società civile rispetto allo Stato, cioè per me lo Stato appartiene all’ordine dei mezzi, quindi, è indispensabile e utile, ma non riconosco allo Stato il potere di fissare i fini.  I fini, siano essi economici o etici o culturali, io li riconosco in capo alla società civile. Questa è ovviamente una premessa che sono pronto  a difendere, ad argomentare, con considerazioni  di varia natura, ma senza la quale il discorso  che adesso vado a sviluppare non si reggerebbe.

Detto questo, intendo sviluppare questi tre punti:

1°) quali sono i  segni della pervasività nel nostro Paese dello statalismo, inteso come modo di pensare, come cultura;

2°) quali sono le conseguenze di questa che è una mentalità, oltre che una struttura istituzionale, dello statalismo,

3°) quali i rimedi.

 

Il vizio d’origine deriva da Hegel

Prima, però, guardiamo un po’ l’origine, la radice di questa cultura pervasiva dello statalismo nel nostro paese, che esiste anche da altre parti, ma noi qui parliamo dell’Italia e quindi limito la mia osservazione al caso nostro. Quello che ha detto il  Prof. Galli della Loggia mi trova consenziente; vorrei però aggiungere un elemento che secondo me è  forse più importante, e cioè l’influenza dell’idealismo  hegeliano, cioè la mia tesi che tutti i mali siano nati da lì, non che quello che lui ha detto non sia vero, ma la mentalità statalistica noi la troviamo anche in altri paesi che non hanno avuto i guai che ha avuto la storia italiana e che abbiamo ascoltato.

Il punto è che Hegel, il fondatore dell’idealismo, ha avuto un’influenza che va al di là di quello che possiamo pensare, perché abbiamo bevuto l’hegelismo col latte materno e quindi  non ce ne siamo resi conto. Cito solo tre nomi: Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Antonio Gramsci, e li cito perché provengono dall’intero spettro in termini politici: destra, centro, sinistra. Cosa hanno in comune? Che tutti e tre si riconoscono nell’hegelismo, cioè nel primato dello Stato rispetto alla società civile. L’argomentazione è diversa. Chi conosce Gramsci sa qual è l’interpretazione che ne dà, ma la stessa cosa vale per Gentile  e la stessa cosa vale per Croce,  il grande  filosofo del liberalismo che tutti conosciamo. Ha detto  giustamente Ernesto quando ha detto: ‘il liberalismo italiano è sempre stato un liberalismo statalista’: verissimo.

Ecco allora il punto: Gramsci, da buon marxista, rovescerà Hegel e lo trasformerà, però la radice è hegeliana, l’idealismo. Ecco perché un  discorso nuovo sullo statalismo e sulle prospettive, a mio modo di vedere, nel nostro paese non potrà mai essere fatto se noi non partiamo da questo vizio di origine, cioè se non prendiamo atto del fatto che le cose nel nostro paese hanno preso la piega di cui ora ci stiamo occupando solo alla fine del Settecento. E perché non prima?
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Lo statalismo è la sconfitta dell’illuminismo italiano

Se avessi avuto tempo, sarei partito invece dalla tradizione degli umanisti civili della prima metà del Quattrocento, sino all’Illuminismo italiano, perché i nostri colleghi storici ancora non raccontano le cose giuste, secondo me. Quando si parla di illuminismo infatti il riferimento è sempre all’illuminismo francese,  ma l’illuminismo italiano è superiore a quello francese, e recentissimi lavori stanno facendo riemergere esattamente questa idea fondamentale. Alludo alla scuola milanese e alla scuola napoletana della prima metà del Settecento, pensate al Verri e al Beccaria a Milano, pensate a Antonio Genovesi e a Ferdinando Galliani a Napoli ecc. Cos’hanno in comune questi elementi, cioè gli umanisti civili del Quattrocento e gli illuministi di scuola milanese e napoletana? Hanno esattamente questo in comune: che la società civile è  fondatrice dello Stato. Ovviamente allora lo Stato non aveva le caratteristiche che noi conosciamo,  lo Stato nazionale comincia dopo la pace di Westfalia ecc., però l’idea di base era che un ordine sociale ben funzionante e soprattutto rispettoso della persona e dei suoi diritti, non deve porre il fondamento – non l’esercizio, perché l’esercizio deve essere in capo al principe o allo Stato – ma il fondamento del potere e della forza deve essere nella società civile e non appunto nello Stato.

Ora noi non dobbiamo mai dimenticare che l’Italia ha regalato al mondo un modello di civiltà che è la civiltà cittadina, così come  gli Inglesi hanno regalato al mondo il modello di civiltà industriale, perché la rivoluzione industriale è un business, un affare inglese; noi invece abbiamo regalato al mondo il modello di civiltà cittadina, che è un ordine sociale che l’austriaco Von Hayek, ad esempio, ha riscoperto nell’epoca nostra, quando ha parlato di un ordine sociale spontaneo che viene dal basso, un kosmòs e non un taxìs. L’economia di mercato non è nata con la rivoluzione industriale come molti credono, è nata nel Quattrocento, perché tutti i canoni dell’economia di mercato in senso moderno nascono quando  nascono le banche, la contabilità, tutti gli strumenti dello scambio. Quindi il modello di civiltà cittadina era un modello che funzionava e dava esiti notevoli, ovviamente senza uno Stato nel senso moderno: eppure funzionava. Poi è venuto il Rinascimento, ecc.

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Lo statalismo segna la vittoria dell’illuminismo francese

 

In seguito le cose  hanno preso un’altra piega, per ragioni che qui non abbiamo il tempo di argomentare, ma è bene sapere questo: che quello che ha detto il Prof. Galli della Loggia è verissimo, ma è tipico dell’ultima fase, quella più vicina a noi. Piuttosto bisognerebbe chiedersi come mai l’illuminismo  italiano ha “perso”, rispetto a quello francese. Perché infatti, dal punto di vista pratico, lo statalismo nasce con la rivoluzione francese. I francesi sono i più grandi statalisti.  Chi non ricorda la legge del ministro delle finanze francese dell’epoca, che fece quello che poi un secolo dopo fece Crispi in Italia, e cioè nazionalizzò tutte le organizzazioni  - ricordate la famosa frase ‘nella Francia post-rivoluzionaria tra lo Stato e l’individuo (non la persona) non ci deve essere niente’. Quindi nazionalizzò tutto: quelle che si chiamavano ‘opere pie’ in lingua italiana o quelle che noi diremmo oggi ‘organizzazioni di terzo settore’, furono tutte nazionalizzate; la stessa cosa che fece poi Crispi nell’Ottocento quando appunto fece nascere quelle che oggi noi chiamiamo ancora le IPAB, e così via. Questa è una domanda che sarebbe interessante: come mai, noi che provenivamo da secoli di una tradizione dell’umanesimo civile e dell’economia civile, ad un certo punto abbiamo visto questo, a mo’ di fiume carsico, inabissarsi?

Probabilmente oggi stiamo vedendo degli sviluppi interessanti, e questo fiume, appunto a mo’ di fiume carsico, sta riemergendo.
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I TRE SEGNI DELLO STATALISMO

Ma detto questo, quali sono i tre punti, i segni, dello statalismo?

Il primo: la scarsa propensione al rischio che deriva dalla tradizione che ha lo Stato di sostituirsi all’impresa anziché promuoverla.

Ho portato qui una tabella che ci dà la percentuale della spesa pubblica come percentuale del PIL, prodotto interno lordo, con riferimento all’Italia. Alla fine dell’Ottocento, la percentuale di spesa pubblica era dell’11,9% sul PIL. Nel 1946 era salita al 26% e nel 1996 al 53%.

Questo è un dato significativo: lo Stato italiano nasce nell’Ottocento e vediamo che dalla fine dell’ottocento al 1996 la spesa pubblica,  rapportata al PIL, è aumentata di circa quattro volte e mezzo. In altre parole, un primo sintomo della pervasività dell’intervento dello Stato è il suo ingresso nella sfera economica.  Che questo poi in una particolare fase storica abbia determinato le cosiddette partecipazioni statali, IRI, Eni o altre forme di cui adesso non mette il conto parlarne, però il fatto è che tutte le volte in cui, per una ragione o per l’altra, il meccanismo di mercato non funzionava, produceva quello che gli economisti chiamano una market-failure, cioè un malfunzionamento del mercato, l’implicazione immediata è stata la sostituzione, cioè lo Stato anziché correggere il meccanismo di  mercato, perché c’era una esternalità,  perché c’erano fenomeni di monopolio o di oligopolio e quindi non di concorrenza perfetta, o perché le informazioni erano asimmetriche, cioè tutte cose che gli economisti sanno, e che sono altrettante cause di fallimento del mercato, cioè fallimento nel senso che il mercato non permette di raggiungere l’obiettivo dell’efficienza, in tutti questi casi – e questo è tipico della nostra tradizione – lo Stato, anziché  intervenire come regolatore, cioè fissare le regole o cambiare le regole del gioco, interveniva  sostituendosi al mercato, cioè come gestore: le partecipazioni statali sono nate così. Ad un certo punto si vedeva che degli imprenditori privati non riuscivano nell’intento e lo Stato diceva ‘ vai fuori tu, mi metto io a fare il tuo lavoro ’.  Questa è evidentemente una forma molto specifica che deve essere detta.

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L’ALTERNATIVA C’ERA

Qualcuno potrebbe chiedersi, in chiave storica: ma c’era un’alternativa? Ovviamente, io non sono uno storico e non  tocca a me rispondere, però da teorico dell’economia debbo dire che le alternative c’erano,  perché in altri paesi non è stato fatto così. Anche in altri Paesi il settore privato dell’economia non ha sempre funzionato bene, ma in quei Paesi lo Stato  semmai incentivava, oppure si faceva  promotore, ma non sostituiva l’impresa privata. E’ così che ci siamo trovati con un settore dell’economia in mano allo Stato (pensate in Italia fino al 1992 il settore  assicurativo bancario era per il 68% in mano allo Stato, e il settore manifatturiero era per il 51% in mano allo Stato) Ora voi capite che da allora è iniziato il processo di dismissione, di cosiddette privatizzazioni, da cui sembra che ora ne stiamo venendo fuori, però la domanda a questo punto diventa: che cosa ha significato, questo non consentire ai soggetti privati di esprimere il loro potenziale nell’economia? Perché il punto è questo: che quando lo Stato diventa imprenditore, snatura se stesso, perché lo Stato non può essere  imprenditore. Eppure ancora oggi si parla di imprese pubbliche;  i miei studenti lo sanno che l’impresa pubblica è una contraddizione in termini, perché lo Stato non può fare l’imprenditore, ‘imprenditore’ infatti, per definizione, è chi si assume il rischio, mentre lo Stato per definizione non rischia niente. Se una cosiddetta impresa statale va male, che lo Stato fa? Si aumenta le tasse, oppure interviene in legge finanziaria in un modo o nell’altro. Quindi, non può essere. Ecco allora la prima conseguenza di questa pervasività,  che è quella di abbassare la propensione al rischio. Ma quando  in una economia di mercato si abbassa la propensione al rischio degli operatori, è la fine. Ecco quindi il risvolto: il ruolo di supplenza, che in una fase emergenziale può essere giustificato,  quando invece diventa endemico e sistematico va a produrre questo tipo di effetti.

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IL PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETA’: “STATALE” NON È SINONIMO DI “PUBBLICO”

Un secondo segnale è che ancora oggi nell’opinione pubblica italiana l’aggettivo ‘statale’ è coestensivo alla parola ‘pubblico’. Voi provate a chiedere a uno che passa per la strada: ‘cos’è un bene pubblico?’  Vi risponderà: ‘il bene pubblico è quello fornito dallo Stato’  Chiedete ancora: ‘cosa vuol dire interessi pubblici?’ – Diranno ‘interessi pubblici sono gli interessi soddisfatti dallo Stato’ e via di seguito.  Cioè anche nel linguaggio, nel lessico, non soltanto quello specialistico, ma anche quello comune, è passata l’idea secondo cui ‘pubblico = statale’ . Ma questa è una bestemmia, perché ‘pubblico’ vuol dire ‘interessi collettivi’: Dove sta scritto che gli interessi collettivi devono essere tutelati dallo Stato? Non sto dicendo che lo Stato non possa farlo: dico che non lo deve fare per necessità o per decreto, cioè se lo Stato vuole mettersi a difendere interessi pubblici, deve dimostrare che è in grado di fare meglio di qualsiasi altra alternativa. Questo, se volete, è il principio di sussidiarietà. Il principio di sussidiarietà che molti non riescono a capire, non vuol dire che lo Stato non deve intervenire, dice che lo Stato deve intervenire solo dopo che tutte le altre vie sono state esperite e non hanno dato i risultati desiderati. Quindi, attenzione: il principio di sussidiarietà non è l’interpretazione cosiddetta neoliberista secondo cui si dice che  lo Stato non deve entrarci. No,  lo Stato deve  intervenire sussidiariamente, cioè dopo che ha verificato, ecc.

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IL WELFARE STATE ALL’ITALIANA

La terza osservazione, un segnale molto preciso, è quella che riguarda il Welfare. Voi sapete che il Welfare state è un’invenzione europea, precisamente inglese, anche se Bismarck fu il primo a introdurlo alla fine dell’Ottocento, però voi sapete che Bismarck fece il primo tentativo di Welfare per ragioni eminentemente politiche, perché  cioè voleva liberarsi dei socialisti. Ma il Welfare nel senso odierno del termine è un affare tipicamente inglese,  sorto con Lord William Beveridge nel 1942, quando nel Parlamento di Westminster viene approvato il famoso pacchetto Beveridge. Ora il punto è che il Welfare State, se andiamo a leggere i documenti iniziali di Keynes, era basato su un’idea che è molto vicina a quella che ho appena detto, e cioè al principio di sussidiarietà. La filosofia del  mercato amministrato, che fu la grande invenzione di Keynes, diceva sostanzialmente questo: che lo Stato deve intervenire nelle fasi di crisi del ciclo economico per riavviare la maccchina, ma una volta riavviata, deve tirarsi indietro.

Qual è stata, invece, l’interpretazione pratica avvenuta nel nostro Paese? Che lo Stato appunto ha pensato che i bisogni di Welfare, dalla sanità alla scuola, all’assistenza, alle pensioni (questi sono i 4 blocchi del cosiddetto Welfare) fossero una spettanza sua in quanto Stato. E’ da lì che è venuta l’idea secondo cui tutto ciò che è pubblico deve essere statale. Ora, questo, come ormai  è diventato noto, è un non-sequitur, infatti oggi si parla di transitare dal Welfare-State alla Welfare Society, dove titolare dei diritti e delle responsabilità di Welfare è la società civile, non può essere lo Stato. Lo Stato deve intervenire come strumento per raggiungere i fini che la società civile intende assegnarsi.

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IL VOLONTARIATO E’ ASSERVITO ALLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Ovviamente c’è un indicatore di questo: guardate come nel nostro Paese, nel modello di welfare,  sono trattate le organizzazioni del cosiddetto terzo settore. Sono trattate come, appunto, ruota di scorta, come portatori d’acqua, il cosiddetto “Welfare-mix” che quando qualcuno comincerà ad aprire gli occhi si accorgerà che è una delle più grandi mistificazioni che siano state mai tentate.  “Welfare mix”: mix vuol dire miscela, quindi Stato insieme a privato non-profit. Se noi andiamo a vedere, nel Welfare mix vuol dire – ripeto una frase celebre di Jospin che pronunciò nel seminario di Firenze alla fine del 1999 -  che lo Stato non rema più, ma  sta al timone. Questa è una bella metafora: cioè secondo Jospin, che evidentemente di statalismo se ne intende, lo Stato deve smettere di remare, ma rimanere al timone. come dire: le organizzazioni non-profit le facciamo lavorare, però al comando – che vuol dire definire la tipologia dei servizi, le modalità di fornitura, le caratteristiche in chiave relazionale dei servizi del Welfare -  ci sta lo Stato. Allora voi capite che in questa maniera, in questi ultimi 25 anni, questo ultimo quarto di secolo, la mentalità e la cultura statalista hanno rovinato il terzo settore, e come voi sapete vi parla uno che penso se ne intenda, lo  conosco ormai meglio delle mie tasche, il terzo settore, soprattutto il volontariato.

Il volontariato, che è la punta di diamante di una società civile, è asservito alla pubblica amministrazione, e badate che qui non c’entra destra o sinistra, perché rispetto a questo discorso sono tutti uguali, è trasversale. Perché  prima ho citato Gentile, Croce ecc? Perché in Italia c’è chi dice: la sinistra è statalista, la destra.. vogliamo scherzare? Lo statalismo, come ho detto prima, l’abbiamo bevuto col latte, quindi non è che lo statalismo e l’antistatalismo coincidano con destra e sinistra: assolutamente.
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LE CONSEGUENZE

Infine  l’ultima osservazione.  Quali sono le conseguenze, dal mio punto di vista nefaste, di questo  atteggiamento e di questa cultura?

- LA CULTURA DELLA DIPENDENZA

La prima conseguenza è una diffusione, al di là di ogni ragionevole previsione, della cultura della dipendenza, quella che tecnicamente si chiama l’assistenzialismo. Da quando nel nostro paese fu presa la decisione, non senza costi, da parte di un bolognese, Nino Andreatta, allora Ministro, di chiudere la Cassa per il Mezzogiorno - il Sud Italia si sta riprendendo. E la Cassa per il Mezzogiorno voi sapete quante tonnellate di  miliardi ha speso, abbiamo visto con quali risultati. E questo perché? Perché la cultura della dipendenza ha impedito ai nostri concittadini del Sud di sviluppare quella imprenditorialità che nei secoli precedenti c’era stata. Come mai fino al 1765 Napoli era la prima città d’Europa - non d’Italia, ma d’Europa? Poi venne superata da Parigi, poi  da Londra e così via. Quindi bisogna ammettere che  - come sapete, la letteratura in chiave socio-culturale è quella che è – nei confronti dei nostri concittadini del Sud io sono convinto che buona parte del loro ritardo è esattamente dovuto a questa cultura della dipendenza.

 

- LA BUROCRAZIA E LA RICERCA DELLA RENDITA

La seconda conseguenza nefasta è l’effetto di crowding-out, cioè di spiazzamento. Quando lo Stato interviene nell’economia, o nel sociale, o nella cultura, con quali modalità interviene? L’unica che gli è consentita è quella burocratica, perché lo Stato ha come strumento operativo la burocrazia, Ora è dimostrato, e l’esperienza pratica ce lo conferma,  che la burocrazia quando interviene, tende a produrre fenomeni di rent-seeking, cioè di ricerca della rendita. Quando l’intervento dello Stato supera una certa soglia, è chiaro che in quel Paese o in quella regione la mentalità o la ricerca della rendita fa aggio sulla ricerca del profitto, e voi capite  che c’è una bella differenza tra rendita e profitto.

 

-L’APPIATTIMENTO

La terza conseguenza è, come accennavo prima, un appiattimento della nostra società. Ha ragione Galli della Loggia a dire che la nostra società civile è  ad uno stato veramente.. non c’è bisogno di cercare aggettivi… ma bisogna chiedersi perché. Ma per forza, rispondo io, che conosco ad esempio il mondo del volontariato. Quando un’associazione di volontariato per poter proseguire la sua attività deve  fare anticamera presso un qualche amministratore locale per ottenere una risorsa, è chiaro che quella associazione di volontariato ha finito, perché il principio fondativo dell’azione volontaria è il principio del dono, il dono non come munus, ma come reciprocità. Ma se tu ad un certo punto per avere quel minimo di risorse, che fra l’altro ti spettano, devi entrare in quel circuito della lobby politica, a quel punto tu hai rovinato. Ma hai rovinato non tanto quella associazione, hai rovinato soprattutto i giovani, i quali – come l’Istat ha rilevato recentemente – stanno diminuendo in questa attività, perché sono schifati, perché dicono ‘se io per fare volontariato divento un’anticamera del lavoro dei partiti, mi rifiuto’. E infatti negli ultimi 3 anni sono diminuiti del 15% tra i giovani, ed è un campanello d’allarme. Ecco allora perché secondo me lo statalismo ha effetti perversi nel medio e lungo termine, è perché  appiattisce.

 

GLOBALIZZAZIONE: D’ORA IN POI C’È DA ASPETTARSI POCO DALLO STATO-NAZIONE

C’è un’ultima osservazione da fare, che però non sarebbe compito di questo incontro trattare, ed è la seguente: l’epoca della globalizzazione sta cambiando le cose, cioè se fino ad anni recenti  lo Stato-nazione poteva svolgere un ruolo in certi ambiti positivo – perché io non sto dicendo che lo Stato non debba far, niente, anzi, dico che lo Stato, come ho detto prima, deve fare il regolatore e deve fare il promotore, non il gestore, ecc. – è però da riconoscere che nell’epoca della globalizzazione certi poteri dello Stato, certe armi oggi si sono spuntate. Sappiamo benissimo, non c’è bisogno di essere esperti in teoria politica per sapere che l’azione dello Stato si ferma ai confini della Patria, e già gli antichi Greci con Aristotele avevano ben capito  quando collegava la polis alla città; ma la globalizzazione cosa sta determinando? Un fenomeno della deterritorializzazione. Pensate ai flussi economico-finanziari: non hanno più territorio, pensate ai flussi dell’informazione, le reti, pensate ai flussi migratori delle popolazioni.. Allora ci troviamo di fronte  a delle novità (ne ho citate tre, ma potrei continuare): finanza internazionale, migrazioni e informazione, che non sono più associabili ad un territorio nazionale. E allora è ovvio che, rispetto a questi fenomeni nuovi, il potere dello Stato – anche il più efficiente, anche il meno corrotto – non potrebbe più.., perché lo Stato nazione non è..  io sfido uno a dirmi come fa il singolo Stato

-nazione a controllare i flussi migratori, e lo stiamo vedendo ora in Italia, oppure i flussi finanziari, a chiudere o controllare, per esempio, i cosiddetti paradisi fiscali ecc. Quindi bisogna anche tener conto che guardando al futuro, se fino ad ora lo stato nazionale ha potuto fare più o meno bene, come giustamente ha detto Galli della Loggia, bisogna pensare che da adesso in avanti non c’è molto da aspettarsi perché i grossi problemi che angustiano oggi la nostra società, sono problemi la cui soluzione solo in parte dipende dalla capacità e dall’autorevolezza dello Stato. Quindi è inutile porre nello Stato grosse speranze.

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RIMETTIAMO IN GIOCO LA SOCIETA’ CIVILE ORGANIZZATA

Il principio di reciprocità

E allora il punto d’arrivo del mio discorso è che occorre che rimettiamo in gioco, rimettiamo al lavoro, la società civile organizzata, ovviamente non è facile questo, ma per rimetterla al lavoro bisogna che si tolgano quegli impedimenti che sino ad ora l’hanno soffocata. Anch’io so che la nostra società civile è debole e male organizzata. Però, siccome su questa strada non potremo continuare a lungo, dobbiamo capire che il pre-requisito è che si torni, in un certo senso, all’antico, cioè a quelle radici che hanno caratterizzato il periodo degli umanisti civili, gli autori dell’umanesimo civile, cioè bisogna che troviamo il modo – e una strategia oggi è possibile imboccarla, date le condizioni del contesto, non solo nazionale, ma internazionale – per dare forza alla società civile organizzata, la quale inizialmente avrà difficoltà ad esprimersi, sicuramente, come sempre capita quando uno  per un lungo periodo non può camminare e fatica a rimettersi in piedi, quindi ovviamente vacilla o cade. Ma questa non può essere una ragione per non scommettere. Concretamente questo significa che dobbiamo trovare il modo di mettere assieme i tre principi fondativi di ogni società, di ogni organizzazione complessa, che sono: il principio dello scambio di equivalenti, che è quello che domina l’area del mercato in senso proprio;  il principio di redistribuzione, che è quello che serve a garantire condizioni di equità – e sono cose, queste, note ; ma bisogna aggiungere il terzo principio, che io chiamo principio di reciprocità. Se voi fate caso, nella nostra cultura, nel nostro modo di parlare anche corrente, mentre tutti parlano di efficienza ed equità, equità o giustizia retributiva,  quasi mai ci viene ricordato che c’è un terzo principio fondativi di ogni società di umani, che è il principio di reciprocità. Il punto è che se noi continuiamo a rimanere schiavi della diade stato-mercato – o meglio efficienza ed equità – non ne usciamo, perché allora avremo i soliti appiattimenti, chi si colloca sulla prospettiva di sinistra dirà: più Stato, cioè più equità, abbiamo bisogno di più giustizia; chi si colloca invece in una posizione, chiamiamola neo-liberista o di estremo liberismo, dirà: no, quello che conta è l’efficienza, all’equità ci penserà qualcun altro. Se voi ci pensate, sono entrambe posizioni  riduzioniste, e in quanto riduzioniste non ci permettono di risolvere i problemi. Rimettere in gioco, come le condizioni di oggi consentono, il principio di reciprocità con tutto quanto comporta, cioè concretamente dare poteri reali alla società civile organizzata, dotandola ovviamente di strumenti, ma anche di responsabilità, perché la nostra società civile fino ad ora è stata addormentata, perché è stata tenuta al guinzaglio appunto dalla o società politica, o  ancora meglio dallo Stato stesso.

 

 

Destra o sinistra?

La crisi argentina

Il declino di Napoli

Debito pubblico e statalismo

La sussidiarietà richiede una società civile preparata

La faziosità si combatte con un’organizzazione competitiva

Il calo di imprenditorialità , “l’economia civica” e “l’impresa civile”

Lo Stato e la delocalizzazione

 

Destra o sinistra?

Quando noi italiani smetteremo di ragionare in termini di destra o sinistra sarà un grande passo avanti, perché noi etichettiamo. Non è un problema di un governo o dell’altro. Il punto è che bisogna cominciare a discriminare su chi, ad esempio, è statalista e chi è anti-statalista, su chi è a favore della sussidiarietà e chi non è a favore, perché questi sono i problemi reali. Le etichette di destra o sinistra lasciano il tempo che trovano.

 

La crisi argentina

Nel 1950 l’Argentina era la quinta potenza economica al mondo ed era un paese che, in rapporto alla popolazione, era in assoluto il più ricco: in termini di capitale naturale, di capitale umano – perché gli argentini sono colti, sono eruditi – e in termini di capitale ambientale: hanno persino il petrolio.

Oggi stanno morendo di fame.

Quando parliamo di paesi in via di sviluppo tutti pensano all’Africa, che effettivamente è sempre stata povera, non ha mai avuto sviluppo industriale. Ma l’Argentina no.

Cos’è che è mancato? E’ mancato quello che oggi si chiama il  ‘social capital’, cioè il capitale sociale. Il capitale sociale è esattamente la traduzione in termini economici  della società civile.  Io conosco abbastanza l’Argentina - l’Università di Bologna ha una sede a Buenos Aires dove gestiamo corsi di Dottorato e Masters – e vi posso assicurare che è quella la tragedia: che l’Argentina, per ragioni che gli storici conoscono bene, non ha mai investito sul capitale sociale, sulla società civile.

Perché lo Stato c’è anche lì, eccome, … pensate agli intellettuali, gli intellettuali dell’Argentina sono o ‘arruolati’ al carro dei partiti, o totalmente presi da quel gioco  tipicamente latinoamericano che è la cultura del disfattismo, cioè di chi si frusta addosso per parlar male del proprio paese.  Guardate i dati, ad esempio, sull’associazionismo…

 

Il declino di Napoli

Un paese può declinare pur partendo da posizioni alte.  Un esempio ce lo dà Napoli –

La prima cattedra al mondo di economia venne istituita dall’Università di Napoli nel 1753, non in Inghilterra come molti pensano - Adam Smith infatti aveva la cattedra di filosofia morale - e il primo cattedratico si chiamava Antonio Genovese.

Genovese, che era di Salerno, fece la lezione inaugurale, e  la pubblicò nel 1765 con il titolo: “Perché Napoli sta morendo?

L’analogia tra Napoli e l’Argentina di oggi è perfetta. Scrive Genovese che Napoli era la città più ricca, aveva il porto, aveva il clima – e allora avere il clima e il porto voleva dire avere mezzi di trasporto, ecc, era la prima città d’Europa. Eppure aveva già iniziato il suo declino, perché – e lui lo spiega molto bene – era venuta meno la società civile, erano venuti meno i legami orizzontali a favore dei legami verticali.

Ecco  perché lo statalismo è pericoloso, perché sostituisce alla orizzontalità dei legami interpersonali, la verticalità con l’autorità statale. Nell’eurostatalismo io – singolo – me la devo vedere con lo Stato, e quindi taglio la corda che mi lega agli altri. Fiducia deriva dal latino ‘fides’ e ‘fides’ in latino vuol dire ‘corda’. E’ la corda che unisce due o più elementi. Se si tagliano le corde non c’è più nulla da fare.

 

Debito pubblico e statalismo

L’espansione dello statalismo in Italia negli anni 1970-’80 ha provocato un enorme debito pubblico, che noi oggi abbiamo ereditato e che è una grossa palla al piede.

Però il debito pubblico è cominciato soltanto all’inizio degli anni ’60, prima non c’era: anche questa è una cosa che va detta. L’Italia del  dopoguerra era molto più disastrata, più povera, ma aveva solo un debito pubblico fisiologico. Il debito pubblico vero – se guardate il grafico che mette in evidenza l’andamento del tempo  - è cominciato nei primi anni 1960, e poi dagli anni 70-80 è esploso.  E ci impedisce, oggi, ad esempio, di usare la cosiddetta domanda interna per sostenere l’economia. Noi non possiamo (anche qui: nessuno governo può, perché non c’entra destra o sinistra) usare la leva della domanda interna, perché il debito pubblico non ce lo consente.

 

La sussidiarietà richiede una società civile preparata

Se una legge non è sussidiaria, potrebbe essere impugnata? Formalmente,  sì, perché il titolo V della Costituzione è già stato approvato, e ha introdotto per la prima volta in maniera esplicita il concetto di sussidiarietà.

In linea di principio, però, perché di fatto non funziona così, e l’abbiamo visto con la legge 328 del 2000, legge quadro sull’assistenza. In sé e per sé quella è anche una legge valida: ha introdotto il ticket, ha introdotto il voucher, il buono sociale. E’ stata approvata nel novembre del 2000, sono passati oltre due anni, e non si può ancora applicare perché evidentemente la nostra società civile non è ancora abbastanza robusta.

Oggi infatti il vero problema è che le leggi consentono un ingresso della società civile organizzata in diversi livelli di potere, ma non lo vediamo perché la società civile non è organizzata. Le organizzazioni, le cooperative sociali, le associazioni di volontariato e non, non sono capaci di implementare un mercato “di qualità sociale”, come si chiama tecnicamente, perché per decenni sono state abituate a stare a rimorchio dei politici, e quindi sono bravi a fare questo mestiere, ma non sono in grado di essere progettuali. Ovviamente ci sono le eccezioni, ma le eccezioni sono talmente modeste da non consentire il raggiungimento della cosiddetta massa critica.

Questo non ci deve spaventare, perché sono sicuro che fra pochi anni la cosa cambierà, fra qualche anno vedremo una rivoluzione, ve lo assicuro. Girando per l’Italia e parlando con la gente (perché il problema è che molti in Italia parlano, ma non stanno con la gente, perché stare con la gente vuol dire andare nei luoghi, in giro per la periferia dell’Italia, andare nei gruppi, fuori dell’ufficialità) vedo che c’è una propensione che non avevo mai visto nelle fasi precedenti, e questo lascia ben sperare.

Oggi il problema non è che ci mancano le leggi. E’ che se voi  chiedete a una cooperativa sociale ad esempio ‘fate un progetto per proporre l’assistenza agli anziani, ecc.’, non sono ne capaci.  Cioè se il Comune, la regione, la provincia ti dice ‘ questa è la linea, la convenzione’, loro lo fanno bene. Ma se tu dici ‘ prepara tu un progetto’, non ce la fanno. E’ questa la ragione per cui lo stesso mondo del terzo settore vuole mantenere in vita la convenzione, perché le convenzioni sono una garanzia.

Invece bisogna far capire che anche i soggetti del terzo settore devono rischiare, perché se non c’è assunzione di rischio non c’è né responsabilità, né competizione, e allora è finita. Allora è meglio cambiare mestiere, è meglio affidarsi allo Stato.

Bisogna capire che il principio di sussidiarietà è oneroso, perché carica sulle spalle dei soggetti della società civile, portatori di cultura, delle responsabilità ben precise. E la nostra gente non è ancora abituata a prendersi questa responsabilità. Ma voi direte, è perché siamo perversi? No, è perché veniamo  dallo statalismo; è ovvio che sia così. Bisogna che le generazioni si abituino.

Però io che vivo nell’ambiente  universitario, e quindi vedo giovani di una certa fascia d’età, vedo che le cose stanno cambiando. Ecco perché occorre aiutare, nel senso di accelerare questo processo di transizione: ma che ci sarà la transizione, su questo non ho dubbi.

 

La faziosità si combatte con un’organizzazione competitiva

Ci sono dei rischi, anche all’interno di una società civile, che le risorse non vadano ai soggetti migliori, ma a mestieranti del terzo settore. Non è che il terzo settore, o società civile, solo perché si chiama società civile non abbia il peccato originale: ce l’ha! Quindi evidentemente bisogna imparare ad evitare ogni forma di faziosità. Lo so benissimo che anche la società civile ha delle dinamiche perverse, ma allora qual è la risposta? 

E’ una sola: organizzazione competitiva. Fintanto che terremo i soggetti del terzo settore alle dipendenze  della società politica, o del governo, sia esso centrale sia periferico, non c’è niente da fare: le degenerazioni aumenteranno. Questo è il punto.

E allora l’unico modo è quello di far soffiare il vento della competizione, recuperando l’etimo latino della parola competizione. Perché competizione significa ‘competere’  e ‘cum-petere’ ha un’accezione positiva, vuol dire tendere assieme ad un comune obiettivo. Noi dobbiamo esattamente realizzare questa forma nuova, che non è ancora stata tentata, neppure negli Stati Uniti. Il non-profit non è di tipo competitivo, neppure quello americano, checché se ne dica, come sanno gli addetti ai lavori.

Questa è una operazione che deve essere fatta, è l’unico modo. Se noi chiediamo allo Stato o alla Regione di fare il controllo sul terzo settore come qualcuno chiede, è la fine, perché lo distruggiamo. Sono i soggetti stessi del terzo settore che si devono marcare a vicenda e controllare, sulla base di regole ben definite, naturalmente. Non c’è altra soluzione.

Il rapporto tra società civile e società politica deve essere un rapporto non di sdegno reciproco, ma un marcarsi reciproco.

 

Il calo di imprenditorialità , “l’economia civica” e “l’impresa civile”

Domanda: “L’Emilia Romagna  è famosa nel mondo per le piccole e medie imprese, però adesso c’è un calo di imprenditorialità, gli imprenditori diventano ex, diventano immobiliaristi e affittacamere..”

Il problema è che effettivamente in Italia c’è un calo del tasso di imprenditorialità. Noi siamo frastornati da pseudo-statistiche,  che mostrano che alle Camere di Commercio la natalità è molto elevata. Ma questo convince soltanto chi non se ne intende, perchè non si tratta di quante aziende nascono ogni anno, ma di quanto durano e restano sul mercato. Se io faccio nascere un’impresa oggi  e fra un anno la chiudo, dal punto di vista dei movimenti, cioè dall’analisi dei flussi, sembra che  in Italia o anche in Emilia Romagna ci siano tante imprese. Però se andiamo a  vedere la durata, lì nascono i problemi.

Ciò che ci deve preoccupare è la diminuzione del tasso di imprenditorialità. Cosa dobbiamo fare? La risposta che io do è questa: dobbiamo capire che l’imprenditorialità non è solo quella privata, ma bisogna immettere anche l’imprenditorialità civile. Questa è l’idea dell’economia civica. Cioè, non ci sono solo imprese private. Se noi  puntiamo tutto sulle imprese private -  quelle che si chiamano ‘for-profit’, per intenderci -  non ci sarà niente da fare. La prova è che  è esattamente l’impresa privata sta declinando. Allora noi dobbiamo immettere sul mercato imprese civili.

Cos’è l’impresa civile? È una forma che ancora non esiste (ma presto arriverà e si farà la legge), è di natura privata dal punto di vista giuridico – quindi non ha nulla a che fare con lo Stato – ma persegue fini di natura collettiva.  Non come la Cooperativa, che è un’impresa sociale. Una forma di impresa civile ancora in Italia non c’è, non è ammessa.  Anche il termine ‘non–profit’ è una cosa diversa, perché può essere impresa civile, ma non necessariamente.  Ad esempio, un’associazione di volontariato è non–profit. L’associazione di volontariato è importantissima, ma noi abbiamo bisogno di creare ‘imprese’. Ad es., io sono sicuro che al massimo fra 10 anni le Università diventeranno imprese civili, perché le Università, come diceva giustamente Galli della Loggia  poco fa, non possono essere governate come dei pezzi della pubblica amministrazione. Quando si dice ‘fuga dei cervelli, mancano i soldi ecc.’ , non è vero, perché i soldi ci sarebbero: il problema è che noi delle università statali non possiamo prendere soldi.

Voi forse non lo sapete, ma se uno di voi vuol fare una donazione all’università di Bologna, la procedura è lunghissima e non è detto che venga accettata. Le università devono diventare imprese civili, come lo furono per i primi 4 secoli.  Per i primi 4 secoli – e l’università è nata qui a Bologna -  erano imprese civili, anche se avevano altri nomi.

La stessa cosa vale per gli ospedali. Gli ospedali non possono continuare così.. non ce la facciamo più, e non c’entra qui il modello emiliano o lombardo. Devono diventare imprese civili.

Il punto è che se noi non  immettiamo sul mercato linfa nuova, anche l’imprenditorialità privata ne risentirà. Fino ad anni recenti c’era, appunto, lo Stato, la cosiddetta impresa pubblica. Allora l’imprenditore privato si appoggiava all’impresa pubblica come un saprofita – cioè campava di rendita.  Venuta meno l’impresa pubblica, l’imprenditore privato non ha più  sostegno. Allora dobbiamo darglielo, questo sostegno, ed è l’impresa civile. In una dinamica rinnovata, voi capite che è possibile rivitalizzare il Sud, perché le energie sono immense. 

In altre parole, per concludere, non è vero che è imprenditore solo chi ha l’obiettivo del profitto. Questa è la bestemmia più grossa – dovuta a colpa nostra, in questo caso di noi professori di economia e di tutti gli imbecilli che vanno in giro a dire che imprenditore è solo colui che lavora per il profitto. Ma dove sta scritto? –

Imprenditore  è chi crea, chi rischia. Ma il motivo per cui tu rischi e crei  deve essere lasciato alla libertà di scelta: se io voglio rischiare per portarmi i soldi in casa, devo essere libero di farlo, ma devo essere altrettanto libero di rischiare per raggiungere una finalità collettiva. Quelli che hanno costituito i primi ospedali chi erano? Erano forse imprenditori for profit? Gli ospedali, le scuole chi li ha fondati? Ancora oggi si chiamano ospedali civili, non ospedali privati o ospedali pubblici.

Questo è il punto: dobbiamo lasciare libertà di scelta. C’è della gente che per motivi suoi vuole, ad esempio, impostare il proprio piano di vita per un determinato obiettivo. Ma oggi in Italia l’articolo 2247  del codice civile impedisce di fare imprese civili. Se io assieme a voi mettiamo su un’impresa civile, ci mandano in galera, perché è vietato dalla legge. Siamo a questo punto: art. 2247 del Codice civile.

Un’altra domanda: “Muccioli, a S. Patrignano, come ha fatto?” 

Lì è diverso, perché c’è una associazione e c’è anche il volontariato. Bisogna distinguere. In ogni caso il principio che volevo trasmettere qui – e non è il caso di entrare in particolari – è  esattamente questo: che noi abbiamo troppo pochi imprenditori in Italia, e quindi la domanda che mi è stata fatta  tocca un tasto vero: bisogna aumentare. Ma per aumentare non possiamo tornare al rischio di far tornare lo Stato, come qualcuno vorrebbe. Un esempio è la  crisi della Fiat, qualcuno ha detto ‘entri dentro lo Stato’ …

 

 

 

 

Lo Stato e la delocalizzazione

Nella mia presentazione ho detto che oggi lo Stato-nazione sta cedendo quote di sovranità. Questo  è un fatto che non può essere negato. Chi ha conoscenze, chi lavora nei circuiti internazionali se ne rende conto. Pensate per esempio  all’emergere  delle cosiddette Organizzazioni Non Governative. Io ne presiedo una, attualmente, che ha sede a Ginevra ed è associata alle Nazioni Unite, quindi conosco. Ma vi posso assicurare che ci sono alcune organizzazioni ONG che sono più potenti di certi Stati nazionali, oppure certi gruppi di Multinazionali. Pensate a certe forme di arbitrato.

Il punto è che lo Stato nazionale non ce la fa più a regolare queste nuove realtà, perché le leggi dello Stato nazionale si fermano ai confini della patria. Ma queste organizzazioni nuove, organizzazioni internazionali, non hanno confini.

I trattati internazionali oggi non funzionano più  perché sono diventati ingestibili, funzionavano  quando l’Occidente era coeso, c’era la guerra fredda, ecc. Ecco perché oggi abbiamo bisogno di trovare forme nuove di governance a livello transnazionale, ed è questa una delle ragioni per cui lo Stato nazionale oggi è depotenziato (il che non vuol dire che scompare): perché la politica monetaria, la politica fiscale e la politica del tasso di cambio non sono più gestibili dallo Stato nazionale.

Non ci avete mai pensato? La politica del tasso di cambio, la politica monetaria e la politica fiscale non sono più ‘ad libitum’ del singolo stato nazionale, perché evidentemente queste tre politiche sono decise ormai a livello transnazionale, quindi ecco perché ci troviamo oggi di fronte ad un deficit di governance, ed  è proprio su questo che si gioca la grossa partita, perché ci sono gli statalisti che vorrebbero fare un Super-Stato (ed il rischio del Grande Fratello c’è!).  C’è qualcuno che dice: siccome c’è questa anarchia, allora creiamo un Super-stato, un Super-statalismo. Quindi secondo me bisogna  vigilare. Ovviamente io non sono da quella parte, però la governance bisogna darla, e bisogna offrire delle alternative, perché altrimenti il Super-stato si verrà a creare. Il potere infatti è come l’acqua che si diffonde. Non può, il potere, rimanere anonimo per troppo tempo.

Allora chi crede alla poliarchia bisogna che si dia da fare per trovare delle risposte alternative al rischio – che secondo me non è da sottovalutare – di una forma di Super-Stato o, se volete, di Super-Statalismo.

Grazie.